Lo sviluppo del regno francese.

INTRODUZIONE

È da riconoscere che il mondo medievale va sempre più scomparendo quando entra in crisi il binomio Papato-Impero, su cui si era costruito l’assetto politico e istituzionale fin dai tempi di Carlo Magno, il quale aveva avuto bisogno del Papa di allora, Leone III per dare un minimo di giustificazione  alla costruzione da lui creata “manu militari” nel centro Europa, così come il Papa, per conservare la sua autorità nella Chiesa si era appoggiato al potere politico, contro i suoi avversari, i Longobardi e le famiglie patrizie di Roma. Il lungo periodo medievale si era costruito secondo l’assetto “feudale” che era stato dato dall’Impero carolingio, perché fosse garantita l’unità e fosse chiara la struttura piramidale del potere stesso. Papa e Imperatore in genere si sostenevano, ciascuno con le proprie fonti di potere e avendo il controllo delle suddivisioni interne all’Impero e alla Chiesa, con la strutturazione di contee e di marchesati nell’ambito civile al fine di poter attingere finanze e militari per tenere in piedi il sistema, e con il controllo delle diocesi da parte della Chiesa romana. A volte, come nel caso dell’Imperatore che ricorreva ai vescovi in sostituzione dei conti civili, che volevano sempre più divenire ereditari, c’era una sorte di invasione di campo, che degenerava in conflitto, come nel caso della “lotta per le investiture”. L’equilibrio, ricercato in quel contesto di scontro, si poteva avere solo nella misura in cui o l’uno o l’altro poteva esprimere una figura particolarmente forte: così, se il Papa appariva debole, l’Impero si creava il suo assetto feudale, con poteri sottoposti e fedeli all’autorità civile. Non era da meno il contrario, quando la figura dell’Imperatore appariva indebolita o inesistente, perché il Papa si arrogasse un suo ruolo al di sopra delle parti, con cui tenere insieme la Res publica christiana, fatta di suddivisioni territoriali, che dovevano riconoscere l’alto patronato del Papa nell’ambito religioso e dell’Imperatore nell’ambito civile. La lotta dei comuni contro l’Imperatore, avendo al proprio fianco l’appoggio del Papa, è un capitolo parti-colare dell’età medievale, in cui i poteri locali vogliono limitare le pretese dell’Imperatore, il quale, in presenza di guerre e di oneri di controllo sul vasto territorio, avevano sempre più bisogno di denaro e quindi di fondi raccolti con la tassazione, ritenuta sempre più esosa. Questi contrasti, spesso degenerati in scontri militari, finiscono per indebolire chi vorrebbe pretendere di avere il controllo del vasto Impero e soprattutto di presentarsi con il ruolo di garante dell’unità e della pace, insieme con la difesa contro nemici esterni, come si presentavano gruppi di potere costituiti da sistemi alternativi alla Chiesa e allo Stato nei territori dove sono dominanti gli eretici, o prevalgono signori e principi che vogliono ritagliarsi il loro spazio; come pure il mondo arabo e saraceno, sempre più invadente in modo pericoloso nell’area del Mediterraneo. Così l’impero si trova senza una figura dominante, e anche nella Chiesa il Papa non ha più la capacità di imporsi o di svolgere il suo compito di garante dell’unità del sistema medievale. Lo stesso Dante riconosce che il Papa del suo tempo, Bonifacio VIII, invece di intervenire nelle situazioni di conflitto fra le parti, come succede a Firenze, comune devastato dai partiti contrapposti, prende posizione per un gruppo, favorendo, con il conflitto interno, i propri interessi e non il bene comune. Per questo motivo il poeta vorrebbe appellarsi alla figura dell’Imperatore, che in realtà rivela la sua impotenza. Sull’orizzonte stanno emergendo nuove forze e tra queste, proprio nel quadro che preoccupa Dante, si fa strada la Francia. 

 

LA FRANCIA NEL BASSO MEDIOEVO

Ciò che noi oggi chiamiamo “Francia” non era affatto un territorio unitario, ma, secondo lo schema feudale, esistevano varie contee, su cui avrebbe vo-luto esercitare il suo potere di controllo il “Signore” dell’Ile de France, che assume il titolo di re, con Ugo Capeto, a ridosso dell’anno Mille. I vari signori locali si destreggiano fra l’Imperatore e il re di Parigi, per marcare sempre più la propria autorità locale; ma ben presto colui che domina a Parigi, fa sentire la propria autorità, sulla base dei rapporti di tipo feudale, in modo particolare dove si parla una lingua comune. 

 

La ricostruzione cartografica della Francia del 1030 evidenzia tale frammentazione: entro le frontiere generali del regno si trovavano entità feudali che amministravano  autonomamente vaste regioni, disponevano di proprie risorse militari e intrattenevano rapporti dinastici anche con potenze esterne alla monarchia capetingia. L’autorità del sovrano dipendeva pertanto non soltanto dai territori posseduti direttamente, ma anche dalle relazioni feudali che riusciva a stabilire con i grandi vassalli. (da Wikipedia)

L’unità territoriale, senza che ancora si possa parlare di una “nazione”, viene faticosamente creata nella misura in cui il sovrano di Parigi fa sentire la sua autorità con il peso militare e finanziario.

Ma a partire dal secolo XI e più ancora nella stagione delle Crociate, si fanno strada quei baroni che non solo si fanno un nome nelle imprese militari in Terra Santa, ma di fatto si vedono ingigantire la loro persona e le loro gesta con la diffusione delle ben note “Chansons de geste”, con le quali si creano miti, leggende, più che personaggi destinati ad avere peso sul territorio. Non sono loro a dominare la scena, ma proprio chi alle Crociate non ci va e tuttavia apprende l’arte di farsi strada nel sistema feudale, per neutralizzare i poteri locali.

Verso la fine dell’XI secolo i tre quarti del regno sono occupati da pochi grandi feudi, in realtà altrettanti principati che dipendono dal sovrano solo nominalmente. A nord, tra l’Escaut ed il mare, c’è la contea di Fiandra; più in basso, allungantesi lungo la costa fino alla Bretagna. Il ducato di Normandia, più in basso ancora, dall’altro lato della Bretagna, la contea di Angiò ed in ultimo, esteso fino ai Pirenei, il ducato di Guienna (Aquitania). La contea di Tolosa occupa la pianura della Linguadoca; il ducato di Borgogna si estende nel bacino della Saona e confina con la contea della Champagne, bagnata dalla Marna e dall’alta Senna. Al centro di questi territori, racchiuso da essi, il dominio regio, l’Ile de France, che circonda Parigi e che non tocca, da nessuna parte, né il mare né le frontiere esterne del regno. Di estensione equivalente alla gran parte dei principati dei grandi vassalli, esso è inferiore in ricchezza a molti di loro. Le città del Mezzogiorno e della valle del Rodano, animate dal commercio del Mediterraneo, quelle della Fiandra, dove sbocca la grande via che unisce il nord all’Italia e lungo la quale si scaglionano le fiere della Champagne, hanno sulle sue una all’eresia degli Albigesi. In un caso come nell’altro, d’altronde, la questione religiosa non servì che ad affrettare un evento inevitabile. L’unità geografica della Francia richiede necessariamente l’unità politica. Il nord ed il mezzogiorno non vi si oppongono; essi sono la continuazione l’uno dell’altro. Si aggiunga a ciò l’attrazione del Mediterraneo, il mare del grande commercio per eccellenza, la via dell’Oriente. Era ancora tale ai tempi di Clodoveo; lo era ridiventato all’inizio del XIII secolo. Da Parigi, i re di Francia dovevano marciare verso il mare come vi avevano marciato i re dei Franchi. D’altronde la loro sovranità si estendeva sino ai Pirenei. Non c’era forse in Europa, all’inizio del XIII secolo, nessuna regione più viva e brillante della Linguadoca. Grazie alla navigazione mediterranea, le città erano là numerose e ricche. Come Genova e Pisa, Marsiglia e Montpellier inviavano i loro vascelli nei porti della Siria e dell’Egitto; come Siena e Firenze, Cahors si dava al commercio del denaro e la fama dei suoi banchieri arrivava fino nei Paesi Bassi. Tolosa, nella pianura della Garonna, aveva un’importanza analoga a quella di Milano in Lombardia. Tuttavia, a differenza dell’Italia, le città francesi del Mezzogiorno non erano repubbliche autonome.  (Pirenne, p.242-243)  

È una sintetica ricostruzione di ciò che era il territorio francese in un periodo in cui non esisteva la nazione e quindi neppure lo Stato: la frammentazione deriva dalla natura feudale dell’Impero carolingio, che, anche a decadere, non viene meno. L’unificazione delle diverse contee dipende dai Signori locali più forti, nel momento in cui prendono coscienza della necessità di assorbire, insieme con il territorio, anche le ricchezze che lì si sono sviluppate in un sistema di libero scambio di mercati. Soprattutto nelle zone periferiche del territorio francese, come la contea della Fiandra al nord, o la contea della Provenza al sud, avevano preso piede sistemi di tipo comunale, come avviene in Italia, al nord e al centro. Queste regioni attirano l’attenzione di colui che domina nel territorio attorno a Parigi, che ha bisogno di molto denaro, soprattutto se vuole affermare la propria supremazia con le armi. Anche la questione linguistica, che in modo piuttosto approssimativo vedeva regioni diverse, poi accorpate in zone di lingua “d’oc”, al sud, e in lingua “d’oil”, al nord, richiede un affinamento in grado di superare le diversità, per determinare un’area più vasta e più unita con la medesima “parlata”. Anche per questa campagna è necessaria un’autorità superiore che imponga una linea comune. Certamente è la cosiddetta “Crociata degli Albigesi” a portare il re di Parigi nell’area geografica più ricca e ad imporre la sua signoria, non senza interventi armati e forme brutali di annientamento e di conquista. 

LA CROCIATA ALBIGESE E LA FRANCIA NEL SUD

Nella storia, questo episodio, spesso relegato come se fosse un fenomeno da tacere, anche per l’incontrollato scenario di violenza brutale che lo ha accompagnato, è pure da annoverare tra quelli che rivelano l’assenza di una autorità sovrannazionale, che possa intervenire a favore della popolazione, annientata come se si trattasse di una sorta di genocidio (anche se qui la ragione dell’annientamento non è l’appartenenza ad una razza, ma una scelta religiosa in contrasto con la fede dominante). Qui, poi, il Papa del tempo, Innocenzo III, invece di svolgere un ruolo sopra le parti è “parte in causa”, perché la Crociata viene organizzata da lui, mettendo da parte chi si era intromesso per recuperare gli eretici con i mezzi pacifici della predicazione e del convincimento. 

Inizialmente anche il re di Francia non compare, ma quando il fenomeno prende una piega che gli può essere favorevole, allora si assume la guida delle operazioni militari con cui, tolti di mezzo i signori locali, può acquisire il territorio come suo, senza gli obblighi di tipo feudale. Così la Crociata diventa un’operazione di carattere militare, con forme di brutalità inaudite, che poi lascia il posto all’acquisizione, con il territorio, delle ricchezze di natura finanziaria per divenire un fenomeno di tipo politico nella direzione, sempre più marcata, della formazione di un regno, che possa essere sul piano territoriale ben definito. Si potrebbe dire che qui inizia a formarsi il regno di Francia. 

La situazione è seria soprattutto nella Linguadoca, dove il conte di Tolosa Raimondo VI sembra favorire copertamente gli eretici. Non avendo avuto esito le predicazioni dei legati pontifici – per la maggior parte cistercensi – e di predicatori spontanei, come lo spagnolo Domenico di Caleruega (San Domenico), nel maggio 1207 Innocenzo III scomunica Raimondo VI e col-pisce d’interdetto le sue terre. Il 15 gennaio 1208 il legato pontificio Pietro di Castelnau è assassinato da un funzionario del conte. Il papa predica al-lora la crociata contro coloro che sono spesso chiamati Albigesi. Il re di Francia non risponde all’appello; ma, come in Spagna, come in Palestina, come a Bisanzio nel 1204, signorotti ed ecclesiastici del nord, soprattutto dell’Ile de France, accorrono alla carneficina. Subito all’inizio della spedizione, nel luglio 1209, i crociati prendono Béziers, massacrano settemila fra donne, bambini e vecchi che si sono rifugiati in una chiesa, saccheggiano e incendiano la città cominciando dalla cattedrale. Simone di Monfort di-venta visconte di Béziers e di Carcassona, poi toglie a Raimondo i suoi stati ad eccezione di Tolosa e di Montauban. Pietro II d’Aragona, sovrano dei signori della Linguadoca, accorso in aiuto di Tolosa, è sconfitto da Simone di Monfort e ucciso nella battaglia di Muret (1213). Il Concilio Lateranense del 1215 toglie a Raimondo le sue terre; la popolazione della Linguadoca si solleva allora in suo favore, e comincia una nuova crociata. Nel 1218 Simone di Monfort è ucciso nell’assedio di Tolosa e bisogna attendere l’intervento del re di Francia Luigi VII nel 1226 perché i Crociati riportino successi decisivi, consacrati nel trattato di Parigi del 1229. Accanto a clausole riguardanti indennizzi e restituzioni alle chiese, misure contro gli eretici, smantella-mento di città e castelli, le clausole territoriali danno al re di Francia una parte delle terre del conte di Tolosa e ad Alfonso di Poitiers, fratello del re, l’aspettativa sul resto degli stati tolosani. Così il principale risultato della crociata contro gli Albigesi è di assicurare alla monarchia capetingia, che ha tolto le castagne dal fuoco, l’accesso diretto al Mediterraneo, e di preparare la riunione del Mezzogiorno alla Francia settentrionale. (Le Goff, p. 265)   

LA CENTRALIZZAZIONE DELLA MONARCHIA FRANCESE

La politica di espansione non era propriamente nei progetti di colui che si definiva re di Francia, avendo il controllo diretto della sola “Ile de France”: ma le circostanze si presentano favorevoli a questo disegno, che si compie in mezzo al disfarsi dell’impianto feudale, per la crisi dell’Impero nel corso del XIII secolo. La figura di Federico II, che vi domina e che si presenta come l’Imperatore, ma di stanza a Palermo, rivela nei suoi progetti un disegno politico che è ben oltre gli schemi medievali. Egli, che sembra l’erede dei Normanni, più che degli Svevi, voleva costituire uno Stato ben accentrato e ben condotto, secondo schemi che rivelano l’abbandono dello schema feudale per costituirne uno secondo la “burocrazia”, più in grado di controllare il territorio, secondo quanto i Normanni avevano creato nel sud d’Italia. Di fatto né lui, né soprattutto la sua diretta discendenza, poterono consolidare questo disegno, sconfitto con la decapitazione dell’ultimo discendente degli Svevi, Corradino. E questo avvenne grazie all’intervento, di Carlo d’Angiò, fratello di Luigi IX. Così il disegno francese si allarga in Europa, e, mutando gli equilibri, ancor più si vede scomparire il sistema su cui si era eretto il potere durante il Medioevo. Sotto il Regno di Luigi IX, il santo, proprio per il suo spirito religioso, sembra che esso sopravviva; ma, anche nel suo caso, le spedizioni, che ancora vengono definite Crociate, pure queste destinate al fallimento, sono la rivelazione di una impostazione diversa data al regno francese, che è destinato in breve tempo ad assumere una visione politica non più di stampo medievale, ma davvero innovativa con la Stato centralizzato, e governato direttamente con un sistema che oggi definiremmo di tipo burocratico. Che cosa spiega l’importanza che la Francia assume nel concerto delle potenze europee durante il secolo XIII, per diventare, a ridosso del secolo successivo, la nazione trainante con uno spazio territoriale sempre più vasto e compatto, anche per la condivisione di un’unica lingua e di fatto con un senso di appartenenza che contribuisce alla nascita del senso nazionale? Se l’unità territoriale, non ancora raggiunta, è di fatto avviata e ottenuta con prove di forza e atti militari, il senso di appartenenza si crea con una cultura che sta diventando unitaria e che viene perseguita dalla stessa monarchia francese con i suoi interventi nell’ambito dell’ Università parigina. 

Questa era nata con il sostegno della Chiesa; veniva gestita in questo periodo da religiosi che dominavano la scena, soprattutto con i personaggi più prestigiosi degli Ordini Mendicanti, quali S. Bonaventura e Tommaso d’Aquino, ma per la sua gestione organizzativa, soprattutto quando si presentavano questioni di ordine pubblico, si richiedeva l’intervento dell’autorità politica. Ne deriva una sorta di laicizzazione degli istituti scolastici, di cui il potere politico si avvale per costruire una unità che va ben oltre il ricorso alle armi e alla politica di potenza. La Francia, insomma, è lo Stato più moderno in un’epoca di totale passaggio, che il re parigino riesce a cavalcare e a indirizzare verso una forza ben più significativa della forza derivata dalle armi o dalla potenza economica. 

Nell’Europa del XIII secolo essa (la Francia) non aveva rivali. Non esisteva un regno così esteso, così ben situato per i suoi sbocchi sul Mare del Nord e sul Mediterraneo, così popolato e, ad eccezione dell’Inghilterra, con una costituzione politica così solida. L’egemonia intellettuale non va sempre di pari passo con l’egemonia politica. La Germania aveva esercitato la seconda, nell’XI secolo, senza possedere la prima, poiché non basta imporsi con la forza per imporsi nello stesso tempo con la civiltà. Succede che paesi insignificanti dal punto di vista della potenza, come per esempio l’Italia del XV secolo, diffondano dappertutto i loro costumi, le loro idee e la loro arte con la semplice manifestazione della loro superiorità. La Francia del XIII secolo ha avuto invece la fortuna di essere superiore al resto dell’Europa sia come Stato che come società. La sua forza non ha fatto che rendere più rapido e più irresistibile un ascendente morale che è anteriore e che non ha nulla di comune con i successi militari e politici della monarchia. (…) Così, dunque, l’ascendente della civiltà francese è di molto anteriore a quello della monarchia francese. (Pirenne, p.252-253)   

Lo storico belga decanta il percorso fatto dalla Francia in questo lungo periodo di declino della civiltà medievale, per imbarcarsi in un sistema nuovo, che richiede comunque un parto difficile: egli vede soprattutto nella Sorbona, il centro universitario per eccellenza di questo periodo, che ha dentro di sé insegnanti di grande portata, provenienti, mediante gli Ordini religiosi, dall’esterno, ma pur sempre in grado di affermarsi in quel tipo di cultura, non solo di ordine scientifico e tecnico, che darà origine ad un mondo veramente nuovo. E il re che abita nella stassa area geografica, nell’Ile de France, nel “Quartier Latin”, si avvale della scuola soprattutto per creare un comune sentire che si accompagna alle sue imprese di natura squisitamente politica e, se necessario, di natura militare. 

Pirenne comprende bene la ragione per cui la Francia acquista un posto di rilievo nella nuova Europa che si sta affacciando all’inizio del XIV secolo: il suo cuore pulsante è nel centro culturale, di cui la monarchia si avvale.

Donde le è venuta questa strordinaria fortuna? Perché la scienza cattolica si è fisssata in questa città del nord che nessuna tradizione letteraria o religiosa chiamava alla missione che gli è stata affidata? Non si può spiegarlo altrimenti che per il carattere singolare dato a Parigi dall’essere la residenza della corte regale. Le tradizioni caroligie della monarchia la predisponevano in modo ammirevole ad interessarsi delle scuole ecclesiastiche e ad accordare loro protezione. Se sono i grandi signori feudatari che hanno favorito le fondazioni mistiche della Chiesa (i monasteri), i re si sono occupati delle fondazioni di cultura. Niente di straordinario dunque se, assai per tempo, le scuole di Parigi si siano trovate in una situazione privilegiata. I progresso della monarchia, aumentando dopo l’inizio del XIII secolo l’importanza e l’attrazione della capitale, hanno fatto il resto. Il centro nazionale della Francia è divenuto il centro della vita scientifica europea … L’influenza della civiltà francese nel XII e XIII secolo, non è stata ovunque egualmente intensa … Ma dappertutto si è comunicata solo alle classi sociali elevate, alla nobiltà fra i laici, agli studiosi ed agli eruditi fra il clero … La Francia del Medioevo non possedeva infatti una vita economica così intensa da imporre la sua influenza al commercio e all’industria. In questo campo essa era assai inferiore all’Italia e alla Fiandra. Nella Fiandra tuttavia la stretta vicinanza, le relazioni politiche e gli interessi commerciali hanno fatto discendere l’influenza francese fino alla borghesia. I patrizi delle grandi città fiamminghe del XII secolo sono più che a metà francesi; lo sono al punto di servirsi del francese come lingua amministrativa e come lingua degli affari. Il carattere bilingue che il Belgio fiammingo ha conservato sino ai nostri giorni data da quell’epoca. Esso non è dovuto, come per esempio quello della Boemia, alla occupazione straniera; esso è una conseguenza naturale e pacifica della vicinanza della Francia e la prova migliore dell’attrazione esercitata dalla sua civiltà.   (Pirenne, p.256-257)     

Proprio nella gestione della Università parigina si riconosce l’intervento sempre più forte del re, che aveva la sua sede nelle vicinanze del Quartirere Latino in cui viene a sorgere la Sorbona, il cui nome deriva dal confessore del re Luigi IX. 

L’università medievale, nelle sue caratteristiche principali e un po’ comuni a tutti gli atenei del tempo, dipende dal fatto che tra professori e studenti ci sia una convergenza nella ricerca, che li fa sentire come una sola corporazione di tipo medievale. Essi si costituiscono così per far fronte ai problemi che possono sorgere in un “campus”, dove si esercitano diverse autorità: da una parte c’è la Chiesa, quella locale e quella romana, perché i professori sono alle loro dipendenze, anche per il tipo di insegnamento che vi si trova e che esige il controllo, per garantire la retta dottrina. Il re è sempre più chiamato in causa, quando i gestori dell’ordine, i quali dipendono da lui, non riescono a risolvere i contenzioni. Nel secolo XIII ci sono spesso manifestazioni e scontri di piazza per risse nelle bettole, per proteste in presenza di forme esose da parte degli osti, per contenziosi fra studenti. L’intervento della “polizia” non sempre è accolta benevolmente e sorgono lamentele con il re, il quale interviene mediante decreti per la sicurezza e legislazioni, destinate a dare peso alla sua presenza. È inevitabile che si giunga pure ad un contenzioso, non superato, con l’autorità religiosa, soprattutto quando essa viene da fuori, come risulta essere il Papa, a cui interessa rimanere il “signore” indiscutibile di una Istituzione così importante. In un documentato saggio di Piero Zerbi si danno molti riscontri di testi scritti, quelli dei cronisti dell’epoca e soprattutto quelli di carattere giuridico, emanati dalle autorità del momento per dipanare le complesse vicende che si succedono nel corso del secolo, destinate poi a far prevalere su tutti la figura del re. Egli si impone, dimostrandosi geloso di esprimere la sua autorità su una istituzione prestigiosa che riconosceva fondamentale per la sua politica destinata a formare il Regno francese, ormai avviato ad assumere il suo ruolo centrale in Europa.

Nessuno dei tre poteri in gioco, però, (il re, il papa e la città) poteva oramai fare a meno dell’università: il re non poteva rinunciare ad essa per ragioni di prestigio, la città per motivi di interesse, la Chiesa romana perché aveva bisogno dell’apporto filosofico e teologico di Parigi. La posizione dell’università era dunque molto forte anche sul piano politico: lo vediamo al momento della dispersione. Quando professori e studenti solidalmente lasciarono Parigi, era papa Gregorio IX, uno tra i maggiori pontefici del ‘200 (1227-1241), nipote di Innocenzo III. Aveva studiato a Parigi e a Bologna. La dispersione dell’università fa fortemente reagire l’opinione pubblica del tempo: Matteo di Paris … nella sua opera Chronica majora (= Croniche maggiori), presenta una specie di dialogo concitato fra Parigi che piange privata dei suoi studiosi, e gli studenti che soffrono a loro volta per essersi allontanati dalla città dei loro studi. (Zerbi, p. 43) 

IL CONTENZIOSO TRA FILIPPO IV E BONIFACIO VIII

Il culmine di questo percorso che conduce il re di Francia ad essere un nuovo soggetto politico, con cui il Medioevo tramonta e nasce all’orizzonte un nuovo assetto europeo, viene rappresentato dal re Filippo IV, detto il Bello (1285-1314). Con lui la Francia consolida la sua posizione, perché durante il suo regno è la sua forte personalità a dominare la scena e a imporre la sua autorità: questo succede con lo scardinamente dei residui territori di natura feudale, per accorparli allo Stato, anche se non c’è ancora la definitiva conquista dello spazio territoriale francese secondo i confini attuali. È soprattutto da rilevare il suo contenzioso con il Papa, che da questa lotta esce ridimensionato nelle sue posizioni. Sono diversi i motivi per cui si assiste alla collisione fra i due: non c’è solo la questione della tassazione dei beni ecclesiastici, che il Papa vorrebbe sottrarre all’ingerenza del re. Costui, per fare le sue guerre, ha bisogno di fondi che va a cercare nelle rendite fondiarie della Chiesa. Si tratta poi di stabilire la giurisdizione sulle figure ecclesiatiche che si vorrebbero sottrarre al giudizio del re, come pure affermare l’assoluto potere monarchico sui centri universitari presenti a Parigi, che devono essere tolti alla giurisdizione papale. Lo scontro degenera, con le bolle pontificie che comminano decreti di scomunica verso il re e con la volontà ferma del re di intentare un processo nei confronti del Papa, catturato in Anagni e da condurre a Parigi per sostenere un processo in cui era già stabilita la condanna. Di fatto il Papa, dopo l’affronto di Anagni, muore nell’ottobre 1303 a un mese di distanza dalla violenza verbale e, secondo alcuni, anche fisica, verso il Pontefice. È interessante nel testo della Bolla “Unam Sanctam” ciò che il Papa dice a proposito della sua autorità, che ormai gli è negata.

Proprio le parole del vangelo ci insegnano che in questa Chiesa e nella sua potestà ci sono due spade, cioè la spirituale e la temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: “Ecco qui due spade” – che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare – il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: “Rimetti la tua spada nel fodero”. Quindi ambedue sono nel potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale. Però quest’ultima deve essere esercitata in favore della Chiesa, l’altra direttamente dalla Chiesa; 

la prima dal sacerdote, l’altra dalle mani dei re e dei soldati, ma agli ordini e sotto il controllo del sacerdote. Poi é necessario che una spada sia sotto l’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. (…) Se dunque il potere terreno devia, sarà giudicato dall’autorità spirituale; se poi il potere spirituale inferiore degenera, sarà giudicato dal suo superiore; ma se è quello spirituale supremo, potrà essere giudicato solamente da Dio e non dall’uomo, come afferma l’Apostolo: “L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non viene giudicato da nessuno.” Questa autorità infatti, benché conferita ad un uomo ed esercitata da un uomo, non è umana, ma piuttosto divina, attribuita per bocca di Dio a Pietro, e resa intangibile per lui e per i suoi successori in colui che egli, la pietra, aveva confessato, quando il Signore disse allo stesso Pietro: “Qualunque cosa tu legherai ecc.” Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone all’ordine di Dio. (da Wikipedia)

Con l’uscita di scena del Papa sconfitto, Filippo ha modo di dare ancora più forza al suo potere: con il Papa Clemente V, di origine francese, il Papato si trasferisce in Francia, ad Avignore, rivelando così di finire succubo del potere civile. 

LA QUESTIONE DEI TEMPLARI

Con Clemente V si consuma anche la tragedia dei Templari, abbandonati di fatto alle mire del re francese, che voleva cavare dalle loro rendite il denaro che poteva servire alla sua politica di potenza. I templari sono un ordine di natura religiosa e cavalleresca, sorto all’indomani della prima crociata per tutelare i territori “liberati” dal dominio turco e permettere ai cristiani la libera circolazione e l’esercizio della propria fede religiosa. 

I templari furono insieme religiosi e combattenti: proteggevano i pellegrini diretti a Gerusalemme e partecipavano alla difesa degli Stati latini d’Oriente. Questo doppio ruolo, che segnò l’ordine negli anni della sua maturità, suscitò perplessità in ambito cristiano. L’ordine templare si dedicò nel corso del tempo anche ad attività agricole, creando un grande sistema produttivo, e ad attività finanziarie, gestendo i beni dei pellegrini e arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell’epoca. La rete delle case e delle precettorie templari, distribuite tra l’Europa e la Terra santa, permetteva di depositare denaro o valori in una sede occidentale e di ritirarne il controvalore in un’altra sede, con modalità vicine alle lettere di cambio.  Cresciuto nei secoli in potere e ricchezza, l’ordine si inimicò il re di Francia Filippo il Bello e fu travolto da un processo iniziato nel 1307, fino alla soppressione nel 1312 con la bolla “Vox in excelso” di Papa Clemente V.

 La bolla sciolse l’ordine in modo irrevocabile, ma senza pronunciare una con-danna definitiva per eresia. (da Wikipedia)

Nato con la prospettiva di costruire una nuova realtà in Palestina, con uno Stato di tipo occidentale, che avesse il compito di ospitare e tutelare i pellegrini nella Terra Santa, “Il Tempio” assume progressivamente i tratti di un impianto di tipo militare, con tutte le conseguenze che si potevano im-maginare in un simile raggruppamento, soprattutto quando deve cercare altrove la sua collocazione, perché nel frattempo il Regno cristiano, sorto intorno a Gerusalemme, si era esaurito davanti alla riscossa musulmana. Nel corso del secolo XIII in cui abbiamo le ultime crociate, aumentano le discussioni a proposito di queste iniziative militari, con il suggerimento, sempre crescente, che si devono tentare altre strade. Nella contestazione dei sistemi di forza e di violenza, anche i cosiddetti Ordini militari a servi-zio della Terra Santa, come pure delle terre di confine dell’Europa, dove il Cristianesimo andava difeso con gli Ordini Teutonici in contrapposizione agli Orientali scismatici, venivano considerati incompatibili con lo spirito cristiano. E nei giudizi velenosi venivano annoverati anche gli Ordini più squisitamente legati al servizio ospedaliero o a quelli di assistenza ai pellegrini: era facile fare di ogni erba un fascio, soprattutto quando c’erano di mezzo tanti fondi e tante rendite fondiarie che facevano sospettare in un business per l’arricchimento e la potenza degli aderenti all’Ordine religioso dei Templari. Il giudizio negativo prende piede, anche se non è affatto unanime; ma in questo clima matura la consumazione di questo Ordine, che viene travolto, anche per l’incapacità dei suoi membri e per la durezza di una propaganda ostile, che viene diffusa artatamente per ottenere i risultati prefissati di entrare in possesso dei beni materiali propri dell’Ordine. Questo è il piano deciso e perseguito dal re di Francia.

Il cronista inglese Matteo Paris ha fatto ai templari le critiche più mordaci. Molto ostile al potere pontificio, sostenitore di Federico II, egli denuncia nel 1241 “coloro che erano ingrassati con i guadagni destinati alla lotta contro i Saraceni, e che volgevano empiamente le loro forze contro i cristiani, contro i loro fratelli”, e che inoltre “hanno tradimenti da lupo sotto il loro aspetto da agnello (…), senza di che i Saraceni sarebbero stati sconfitti da molto tempo”. Matteo Paris può essere colto frequentemente in flagrante delitto d’esagerazione, di deformazione, se non di falso, quando parla dei templari, tuttavia ha un grande merito: pubblica le loro lettere. 

Egli cita, per esempio, le amare parole del maestro Armando di Périgord “Noi soli (…) portiamo sulle spalle il peso della difesa del paese …” … Certo, egli le ritiene senza importanza “ a causa della cattiva reputazione dei templari e degli ospitalieri”; ma il lettore può giudicare …(Demurger, p.227) 

La tragedia si consuma dentro questo quadro di pregiudizi, di accuse infamanti senza prove, di maltrattamenti ed estorsioni, esercitate su alcuni, mentre altri in un contesto migliore, possono cavarsela con poco. Dalle relazioni che si danno dei processi-farsa risulta che in mezzo ad accuse esorbitanti, con le peggiori nefandezze a carico di quanti sono catturati e sottoposti a giudizio, risultano deboli le testimonianze contro di loro, e che comunque c’era molta fretta di chiudere il contenzioso. Il più deciso è evidentemente il re di Francia, che cerca l’appoggio del papa, entrato ormai al suo servizio o comunque poco propenso a tenere le distanze dal re, invadente nelle questioni di natura religiosa. L’esecuzione della condanna è affidata al potere civile, ma il processo deve essere tenuto davanti alle autorità religiose, proprio perché si tratta di religiosi e insieme di accuse che entrano nella sfera del mondo religioso.

Giacomo di Molay (l’ultimo dei Gran Maestri)è informato di tutto ciò dai templari dell’entourage del Pontefice. Prende così l’iniziativa, e chiede a Clemente V l’apertura di un’inchiesta per dimostrare l’infondatezza delle accuse vergognose rivolte contro l’Ordine. Il 24 agosto 1307 il papa fa sapere al re di Francia che avrebbe ordinato l’apertura di un’inchiesta. La sua iniziativa precipita le cose, perché a questo punto la convinzione del re, sincera o no, è definita e l’obiettivo determinato: sopprimere il Tempio. Ora l’inchiesta pontificia rischia di insabbiarsi, tanto è grande la cattiva volontà del papa, o peggio ancora di sfociare in un verdetto d’assoluzione; per questo calpestando le prerogative della giurisdizione della chiesa, la polizia regia prende in mano la situazione e mette di fronte al fatto compiuto. Venerdì 13 ottobre, all’alba, il balivo di Caen, Giovanni di Verretot, informa alcune persone che ha riunito con discrezione di una lettera del re recante la data del 14 settembre precedente: data simbolica, poiché il 14 settembre è il giorno della festa dell’esaltazione della croce. 

Un fatto funesto, un fatto deplorevole, un fatto certamente orribile a pensarsi (…) Un crimine detestabile, un misfatto esecrabile (…) Una cosa del tutto disumana, ed anzi estranea ad ogni criterio umano, ci è giunta all’orecchio, grazie al racconto di molte persone degno di fede,

Dopo questo lungo passo retorico, Filippo giunge ai fatti: “I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto da a-gnello, e sotto l’abito dell’ordine insultando in modo sciagurato la religione della nostra fede”, sono accusati di rinnegare il Cristo, di sputare sulla croce, di lasciarsi andare ad atti osceni al momento dell’ammissione all’ordine: “essi si impegnano con il voto che proferiscono, e senza timore di contravvenire alla legge umana, a darsi l’uno all’altro, senza rifiutarsi, se vengono richiesti”, Il re informa quindi delle inchieste e delle riunioni che hanno preceduto la sua decisione.

Dato che la verità non può venire del tutto scoperta in alcun modo, e che un grave sospetto si è impadronito di tutti (…) abbiamo deciso che tutti i membri del detto ordine nel nostro regno siano arrestati, senza eccezione alcuna, tenuti prigionieri e rinviati al giudizio della Chiesa, e che tutti i loro beni, mobili ed immobili, siano confiscati, messi in nostro potere e conservati con attenzione (…) Perciò vi incarichiamo e vi diamo ordini rigorosi per ciò che concerne il balivo di Caen ecc.

Seguono le istruzioni date ai commissari incaricati di istruire i balivi e i siniscalchi sul modo di procedere agli arresti e sul modo di condurre l’inchiesta. Concludeva il testo un breve riassunto delle accuse pendenti sui templari. (Demurger, p.241-243) 

Il processo va per le lunghe, anche se alcuni templari sotto il carico delle accuse, vengono condannati al rogo e quindi ritenuti degli eretici. Ma non dovunque i processi locali finiscono con una condanna. Anzi … Si indice persino un concilio a Vienne, in Francia, per dirimere la questione, da accompagnarsi con un programma di rinnovamento della Chiesa. Ma pur con diverse bolle pontificie non si arrivò alla condanna, perché risultava a sufficienza che ci si trovava in presenza di una montatura. Laddove però i Templari incarcerati, compreso il Gran Maestro, erano nelle mani della giustizia del re francese, le cose precipitarono. 

Il Molay sta dunque per comparire davanti alle stesse persone, più o meno, con le quali si era fino allora rifiutato di parlare. In realtà il 18 marzo 1314 egli compariva non per essere giudicato, e quindi ascoltato, ma per ascoltare la sentenza di un concilio presieduto da Filippo di Marigny:

Il lunedì successivo alla festa di san Gregorio, essi furono condannati al carcere perpetuo e severo. Ma quando i cardinali credevano ormai che il caso fosse chiuso, all’improvviso e in modo inatteso due di questi uomini, il gran Maestro (Molay) ed il maestro di Normandia (Charney), s’opposero con ostinazione al cardinale che aveva tenuto il sermone ed all’arcivescovo di Sens, ritrattando la loro confessione e tutto ciò che avevano affermato fino ad allora …

I cardinali rimasero sorpresi e rimandarono la questione al giorno dopo. Il re, appena venne informato, non frappose indugi:

Quello stesso giorno, all’ora del vespro, su un’isoletta della Senna situata tra i giardini reali e la chiesa dei frati eremitani di Sant’Agostino, furono condannati al rogo (…). Li si vide così risoluti a subire il supplizio del fuoco, con tale forza di volontà, che destarono in tutti coloro che assistettero alla loro morte ammirazione e sorpresa per la loro determinazione a morire e a negare fino alla fine.

Gli altri due dignitari, Pairaud e Gonneville, avevano taciuto: finirono i loro giorni in prigione. Il cronista fiorentino Giovanni Villani, che talvolta prende per oro colato ciò che gli si racconta, afferma che le ceneri e le loro ossa furono raccolte da alcune persone religiose e devote, e considerate come reliquie. Il 20 aprile Clemente V morì; il 29 dicembre seguente moriva Filippo il Bello … ecco la Maledizione! 

(Demurger, p.259-260)

 

Come è stato difficile giudicare molti dei Templari implicati nei processi intentati contro di loro, con l’accusa di abomini infamanti, così è difficile anche giudicare questo genere di operazione che ha come protagonista il re di Francia. I libri di storia comunemente affermano che egli abbia avuto di mira l’accumulo di tesori e di denaro con cui l’Ordine religioso si occupava della Terra Santa in vista di una crociata, mai più intrapresa a partire da quegli anni, e in vista dell’assistenza ai pellegrini. La politica di potenza e le imprese di carattere militare richiedevano parecchio denaro e era necessario trovare un nemico dotato di beni per arrivare allo scopo. I templari, anche per il loro agire, si erano attirati giudizi non certo benevoli e, se il Papa non interveniva per dirimere le questioni di natura religiosa, ci avrebbe pensato il re cristianissimo, colui che custodiva il Papa, già insediato ad Avignone e che rivelava in questo modo di riconoscere la superiorità politica e militare del re locale, come non era stato fatto in precedenza nel lungo periodo medievale. Anche qui abbiamo il segnale del passaggio d’epoca, che vede altre forze emergere e altre visioni del mondo costruirsi nel tramontare di quella precedente.

Per molto tempo si è affermato che il motore principale dell’azione di Filippo il Bello contro il Tempio era stato l’interesse materiale; la storiografia recente tende, al contrario, ad attribuire scarsa importanza a tale fattore. (…) Filippo il Bello non ha seguito … consigli estremisti; ciò non toglie che per tutto il tempo del suo regno abbia cercato denaro. Non è stato un falsario, come è stato ripetuto troppo spesso e in modo assurdo: ha usufruito del diritto sovrano di operare cambiamenti monetari. Ha utilizzato tutti i mezzi, ha fatto pressioni di tutti i generi per imporre tasse, decime al clero e per spremere Ebrei, Lombardi e usurai. E, dunque, perché non il Tempio? (…) Gli storici tendono sempre più a cercare una spiegazione della vi-cenda, nella fede di Filippo il Bello. Il re, i suoi consiglieri, l’intera opi-nione pubblica dovevano essere convinti, si pensa, della colpevo-lezza dei templari (…). Malcom Barber (storico medievalista inglese, esperto dei Templari, ancora vivente), partendo dai documenti emessi dalla cancelleria regia, ha cercato di descrivere la “visione del mondo” che potevano avere Filippo il Bello e coloro che gli erano vicini. È la visione di un mondo unitario, opera di Dio e cementato dalla fede cattolica, organizzato secondo logica, ordinato e gerarchizzato dalla ragione. Da Dio al più piccolo arboscello vi è come una scala, una catena ininterrotta. In questo mondo coesistono dei poteri: all’idea tradizionale dei due poteri posti sotto l’autorità del papa si sostituisce quella di una cristianità che forma un corpo suddiviso in altri corpi più piccoli ma altrettanto naturali. Lo stato monarchico, la monarchia di Francia, è uno di tali corpi, retto dal “re cristianissimo”. 

(Demurger, p.272-275)

 

Secondo questa lettura è evidente che la vicenda va inquadrata nella politica con la quale il re francese si imponeva nella debolezza della figura imperiale e papale, su cui si reggeva il sistema medievale: si sta aprendo così un mondo nuovo che ha protagonista la Francia, ma, in successione, anche altri Stati che cercano, allo stesso suo modo, di affermare la propria forza con l’esercizio regio su un vasto territorio, progressivamente creato soprattutto sulla base dell’affinità linguistica e culturale.

UNIFICAZIONE DEL TERRITORIO

Il cammino è segnato, ma nello stesso tempo è ancora lungo e richiede molto tempo perché sia completato. Rimangono fuori vasti territori periferici, dove dominano incontrastate signorie locali. Ci sono soprattutto domìni, nei quali esercita la sua potestà il re d’Inghilterra, in nome della comune appartenenza al sistema “normanno”, che tiene legata la popolazione inglese con quella della Normandia e della Bretagna. Ci vuole per questo uno scontro duro e prolungato nella famosa “guerra dei cento anni”, che assume anche toni e contorni epici con la figura eroica di Giovanna d’Arco, colei che più del re di Francia e con l’incitamento che noi oggi definiremmo “patriottico”, coinvolge la popolazione in questo scontro titanico fra i due Paesi per definirsi come “Nazioni” o come “Stati”. Sul versante orientale della Francia, seguendo il corso del Reno e del Rodano, vie commerciali sempre frequentate e, almeno per l’interesse economico-mercantile, da controllare, ci sono vasti territori da acquisire. Nel sistema delle Fiandre, che noi dovremmo sempre definire al plurale, per la pluralità di governi di carattere cittadino, il regno di Francia esercita un suo patronato, se non altro per la lingua comune, ma non per questo, come si deve rilevare anche oggi, può esercitare un controllo economico e politico. Sul versante tedesco c’è soprattutto la Borgogna, altro territorio ricco, che eredita quello che ancora rimane dell’antica Lotaringia: come succede per la Bretagna, anche qui l’annessione al Regno francese avviene mediante un accordo di tipo “matrimoniale”. Nel territorio contiguo alle Alpi si estende il ducato di Savoia, dove si parla francese e proprio per questo viene esercitata una certa attrattiva in quella direzione. Ma il duca locale, cerca di conservare la propria autonomia e cerca ulteriore spazio, attraverso le Alpi, verso la Valle d’Aosta e poi il Piemonte. Da quella scelta la dinastia sabauda abbandona il mondo francese, non la sua lingua, ed entra a far parte della storia italiana, addirittura creando oltre le Alpi una nuova nazione. Questi processi durano secoli, ma sono il segnale evidente di una nuova epoca, segnata dal senso dell’appartenenza nazionale. Questo entra come mentalità anche nella Chiesa, dove, pur continuando a parlare il latino, di fatto non ci si sottrae alle nuove lingue e alle diverse mentalità che esse rappresentano. Lo scisma d’Occidente, che vede la Chiesa divisa, viene affrontato e risolto con riunioni conciliari (Basilea e Costanza), all’inizio del secolo XV, dove ci si trova, si parla, si decide, raggruppandosi per nazionalità. 

Sembra che lì trionfi il sistema conciliarista, che vorrebbe la superiorità del Concilio rispetto al Papa, ma quest’ultimo rivendica il suo primato e lo esercita anche con una sua configurazione politica di sovrano in mezzo ad altri sovrani. Dobbiamo sempre più riconoscere che il Medioevo è già tramontato (non è necessario aspettare l’evento della scoperta dell’America!) e che una nuova visione del mondo stesso è già in corso, non senza tensioni. 

CONCLUSIONE

Anche la gente di allora si rendeva conto che stava cambiando radicalmente il mondo in cui erano inseriti, pur vedendo continuare i sistemi politici, le espressioni religiose tradizionali, il tipo di vita con le conquiste che si potevano avere e con le continue difficoltà che rendevano sempre precaria la vita. La presenza di autentici profeti avrebbe potuto destare quel genere di attenzione che permette in questi passaggi di saper trovare le vie giuste. Di fatto anche allora avevano il sopravvento quei politici geniali che cercavano il tornaconto personale, creando sistemi di governo che puntavano di volta in volta sul detenere denaro sicuro in quantità notevole e più ancora sull’apparato militare che faceva credere di poter raggiungere più facilmente e più rapidamente gli obiettivi prefissati. Per quanto il cambiamento sia avvertito, ma non gestito, chi aveva in mano le sorti della gente praticava percorsi politici puntando in genere sulla forza che metteva da parte i rivali o quanti volevano contrapporsi. Questi nuovi poteri hanno bisogno poi della giusta propaganda, che consenta di godere del favore popolare, laddove questo diventa utile o necessario. 

Né bisogna dimenticare che per gli uomini del Medioevo la storia umana appariva nettamente conchiusa tra la venuta di Cristo e il suo ritorno, per inaugurare il Regno … E’ indubitato che, nel secolo XIII, la pienezza d’espressione raggiunta dalla civiltà medievale; le esperienze molteplici attraverso le quali essa aveva tentato di tradurre in valori sociali, culturali e religiosi definitivi il messaggio cristiano; le lotte e i disordini propri di ogni epoca di transizione, avevano diffuso largamente l’idea che si era ormai alla fine di un’età. Questa mentalità fin de siècle si avverte soprattutto in Dante, le cui aspirazioni alla pace e all’assetto definitivo della società umana sotto il dominio dell’aquila (immagine dell’Impero) e della croce (immagine del Papato), rappresentavano in gran parte il trasferimento in campo politico delle aspettative religiose del gioachimismo (di Gioacchino da Fiore). 

Ma appena passate le soglie del ‘300, la crisi della religiosità medioevale … appare avviata a soluzioni che, appunto nella loro diversità, ci rendono perfettamente conto del trapasso ai principali indirizzi spirituali dell’età nuova. Le affermazioni teocratiche di Bonifacio VIII e del papato politico del secolo XIV subirono un grave colpo e un tracollo definitivo con lo schiaffo di Anagni e la susseguente cattività avignonese. Ma la Chiesa romana era riuscita, nel secolo XIII, a sgominare e a disperdere definitivamente le ultime schiere degli eretici e a placare nel grande perdono del Giubileo del 1300, proclamato sotto la spinta della spiritualità popolare, l’anelito alla palingenesi totale della società cristiana, che aveva alimentato la fiamma del mito escatologico medioevale. La funzione carismatica della Chiesa romana, unica ed esclusiva detentrice dei mezzi per la salvezza, risultava da ciò universalmente esaltata, proprio nel momento in cui la sua potenza politica veniva ad affievolirsi. E, con la sconfitta dell’eresia, già agli inizi del secolo XIV, era caduto, senza possibilità di ritorni, il mito escatologico del Medioevo, l’attesa palingenesi collettiva di tutta la società dei credenti in Cristo, la fede nell’instaurazione definitiva del regno dello Spirito in terra. Dopo tanta trepidante attesa il grande sogno era svanito nell’amarezza della delusione, ed appunto il venir meno del mito del regno segnava la fine di un’età tracciando la linea netta di demarcazione tra Medioevo e Rinascimento. (Morghen, p. 243-245)

BIBLIOGRAFIA

1.

Henri Pirenne

STORIA D’EUROPA – DALLE INVASIONI AL XVI SECOLO

Sansoni, 1978

2.

Raffaello Morghen

CIVILTA’ MEDIOEVALE AL TRAMONTO – Laterza, 1985

3.

Piero Zerbi

MENTALITA’, IDEALI E MITI DEL MEDIOEVO – Parte seconda

Vita e pensiero, 1975

4.

Alain Demurger

VITA E MORTE DELL’ORDINE DEI TEMPLARI – Garzanti, 1987

5.

Jacques Le Goff

IL BASSO MEDIOEVO – Feltrinelli, 1967

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La crisi del Papato e dell’Impero nel XIV secolo

UMANESIMO E RINASCIMENTO

I PAPI AD AVIGNONE

E L’IMPERO “GERMANICO”

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INTRODUZIONE:

LE SUDDIVISIONI STORICHE

Abbiamo sempre studiato la storia, costruendo delle epoche o dei cicli, perché possa essere più facile la classificazione, la collocazione e la comprensione di alcuni fenomeni che segnano l’epoca, anche se i passaggi dall’una all’altra non avvengono sulla base di eventi speciali, di cui neppure i protagonisti si rendono conto. È con l’analisi successiva che si cerca di trovare un episodio da considerarsi particolarmente carico di prospettive nuove rispetto a quanto appariva ormai consolidato, a tal punto da volerlo conservare immutato. Il lungo periodo del Medioevo, come noi oggi definiamo i secoli considerati di mezzo fra la classicità antica dell’Impero romano e la rinascita della classicità, definita poi “Rinascimento”, comprende di fatto un millennio, se si stabilisce che inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 e finisce con la scoperta dell’America (1492), evento che rende marginale il Mediterraneo per l’apertura di imperialismi e di vie commerciali nuove sugli Oceani. Questa suddivisione è durata per tanto tempo, e ha condizionato il sapere e lo studio della storia nelle nostre scuole. Oggi si tende a trovare altre forme di classificazione, puntando su altri generi di episodi, anche se rimane sempre il sistema di suddivisioni cronologiche sulla base di grandi eventi, ritenuti tali per determinate caratteristiche che lo storico stabilisce come essenziali. Certamente avvengono mutamenti, soprattutto nella società, magari con episodi traumatici, ma anche a partire da scoperte che portano a cambiare i sistemi di vita. Non dobbiamo pretendere di capire gli eventi storici e i suoi mutamenti solo da alcuni fatti rilevanti, che spesso nella nostra maniera di condurre la storia sono riconducibili a guerre o a battaglie; con altre impostazioni nel modo di leggere il percorso storico, l’attenzione viene rivolta ad elementi non sempre dedotti da fatti politico-istituzionali o da eventi militari. La più attenta analisi di certi fenomeni di natura sociale, legati all’istruzione, all’economia, alla gestione della salute, fanno considerare i passaggi storici soprattutto dentro il vivere quotidiano della gente comune, e non tanto dentro i fatti di governo e di guerra; eppure la gente del tempo avvertiva che certe situazioni, più che non particolari episodi, avevano rilevanza nel determinare il passaggio da un’epoca all’altra. Leggi tutto “La crisi del Papato e dell’Impero nel XIV secolo”

La nascita dell’Europa: secoli V-XIV

SPIEGAZIONE DELLA “EUROPA REGINA”

Il concetto di “res publica christiana” ha una forte valenza giuridica, perché vuole considerare l’insieme dei territori europei divenuti una sola realtà, per quanto i particolarismi non vengano mai messi in discussione. Non si parla di Europa unita, quanto piuttosto di una “cosa comune”, che diventa un bene comune, in cui tutti si ritrovano e si sentono accomunati. L’elemento che li congiunge è di fatto lo spirito cristiano, anche perché, al di là del Mille, si dà come acquisito (ma non dovunque è così) che la fede cristiana abbia coinvolto tutte le genti, anche quelle più periferiche. Trattandosi così di una casa comune, per tutti gli abitanti che, avendo in comune la fede, si riconoscono eguali, è spesso facile che si voglia dare di questa realtà una immagine o una raffigurazione personale. Di qui l’Europa regina, che ha la fisionoma di una nobildonna, ormai divenuta una sovrana che può dominare ovunque. Essendo questa rappresentazione una allegoria riprodotta nel XVI secolo, quando la cartografia aveva fatto notevoli progressi, grazie anche ai viaggi esplorativi un po’ ovunque, essa vuole idealizzare la posizione e la funzione dell’Europa nel contesto storico di quel secolo. Essa gode delle insegne imperiali, rappresentando il mondo europeo all’epoca di Carlo V, secondo categorie allegoriche. Ovviamente la testa è la penisola iberica, e in particolare la Spagna, che, dominatrice dei mari e delle nuove colonie, è a capo di tutto. Sul collo compaiono i Pirenei che la separano dalla Gallia (Francia), sotto la quale si estende la Germania, che comunque è nel cuore, visto che Carlo V è l’imperatore “tedesco”. Sotto, nel ventre e nei piedi, si estendono gli altri popoli: C’è la Dania (Danimarca) che è il braccio sinistro con in mano lo scettro, perché for-se qui si devono vedere anche le Fiandre, territorio caro a Carlo V perché vi era nato. Sotto ancora si leggono: Boemia (nel cuore), Vandalia, Ungaria, Polonia, Sclavonia, Lithuania. Livonia, Macedonia, Bulgaria, Moscovia, Morea, Grecia, Scythia, Tartaria. L’Italia ha un ruolo a parte, perché, invece di essere uno stivale, è il braccio destro che ha in sé come ossatura gli Appennini. In mano ha il globo, simbolo dell’Impero universale, dove è scritto Sicilia, ricordando che, con Federico II, Palermo era davvero la capitale dell’Impero e del mondo di allora. Attorno, separati dai mari stanno alla nostra destra le isole britanniche e la Scandia o Scandinavia. E dalla parte opposta si estende l’Africa e, separata dalla Grecia e dal Ponto Eusino, la punta dell’immenso continente asiatico, con lo stretto dei Dardanelli. Qui ormai il Medioevo è concluso e tuttavia in questa raffigurazione simbolica possiamo riconoscere come veniva considerata allora l’Europa in tutta la sua magnificenza: una realtà unica tenuta insieme dalla fede comune.

INTRODUZIONE

Ben oltre la narrazione di ciò che succede nei secoli appartenenti al “periodo di mezzo”, come deve essere inteso il “Medioevo”, secoli attorno al Mille, e che si estendono per un millennio, noi dovremmo considerare questo periodo, inteso come tempo di passaggio, come l’erede della tradizione romana, che si contamina con quella barbarica, e insieme si avvale della tradizione religiosa, che non fa più riferimento al mondo pagano, ma assume lo spirito cristiano. Dal sistema istituzionale politico raccoglie soprattutto la tradizione giuridica, che vede il riconoscimento della persona come soggetto fondamentale del diritto e insieme il riconoscimento dello Stato come l’elemento che tutela tali diritti e insieme permette un sentire “sociale”. Dal sistema religioso deriva pure una visione che mette al centro, nella spiritualità, la coscienza personale, garantita comunque dal servizio della forma istituzionale rappresentata dalla Chiesa. Proprio le due istituzioni, nell’ambito civile e in quello religioso, l’Impero e il Papato, costituiscono gli elementi di forza di questo periodo, che spesso si affermano in modo imperioso su coloro che risultano sudditi e non cittadini o fedeli, e più ancora si scontrano fra loro per l’affermazione della priorità e della esclusività del potere stesso. Soprattutto a partire dalla lotta per le investiture si sviluppa questo scontro che accompagna il lungo periodo medievale, ormai al tramonto. La Riforma protestante rappresenta l’apice di questo scontro, con il pieno sviluppo delle forme “nazionali”, che superano la visione d’insieme rappresentata dall’Impero e dalla Chiesa. Non per nulla ci si rende conto che con essa si esce alla luce dopo un periodo considerato tenebroso. Oggi, nella suddivisione dei periodi storici si segnalano altri fenomeni, che già tempo prima rivelano un cambiamento radicale ormai in corso e anche già affermato. Gli storici, soprattutto contemporanei, non hanno potuto far altro che registrare la visione dell’età di mezzo, come Medioevo, che per essere così inquadrato richiede che siano riconosciuti il periodo precedente e quello che lo segue, come periodi di “luce”, in relazione prevalente con la classicità, prima vissuta e poi recuperata, che mettono al centro la persona umana e l’Umanesimo, mentre il Medioevo vede al centro Dio, da cui viene fatto discendere il potere civile dell’Impero e il potere religioso della Chiesa. Di fatto questa suddivisione si impone e rimane. Ma nel contempo deve essere resa “giustizia” circa questo periodo tutt’altro che tenebroso e che va inquadrato nella sua reale impostazione.

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San Norberto di Xanten e Sant’Aelredo di Rievaulx

INTRODUZIONE

È impressionante che lo sviluppo demografico ed economico costruito nell’arco di un secolo – oggi potrebbe avvenire in un lasso di tempo molto più veloce – abbia concorso a determinare anche un incremento nell’ambito culturale, soprattutto mediante lo sviluppo delle scuole, come non si era visto dopo l’età di Carlo Magno. Anche in questo settore l’innovazione deriva dai centri monastici che si erano creati in una rapida successione e altrettanto in un progressivo allargamento che coinvolgeva soprattutto i centri cittadini: lo studio, la ricerca, la custodia e soprattutto la lettura dei libri non erano più rinchiusi fra le mura dei monasteri, che in precedenza si costruivano in luoghi spesso isolati e inaccessibili. Ora, anche lo sviluppo urbano comportava che si creassero centri di ricerca: se ancora in zone rurali i monasteri si dedicavano alle attività agricole, in città dove non c’era spazio per simili occupazioni, si apriva lo spazio per quel lavoro intellettuale che dava origine a scuole di pensiero, in cui insegnanti e alunni si facevano ricercatori in quel genere di cultura che diventa col tempo la base per creare l’Università. Questi centri, dove insegnanti e alunni si dedicano insieme alla ricerca, hanno una rapida diffusione nel secolo XII, e più ancora in quello successivo, anche grazie ai nuovi Ordini religiosi, non più monastici, ma conventuali. La prima metà del secolo XII, quella che solitamente viene considerata l’età di Bernardo, vede la crescita dei centri culturali, anche se una certa sorveglianza, persino piuttosto inflessibile, come si riconosce nei processi intentati ad Abelardo e ad altri, crea non poche difficoltà al libero pensiero che in certe scuole già si inseguiva. Bernardo comunque non può impedire che le scuole abbiano un loro rapido sviluppo e che figure di un certo rilievo, anche senza fondare nuovi centri mona-stici e nuove famiglie religiose, diano spazio a quel genere di cultura che illustri medievalisti etichettano come “umanesimo monastico”: al centro della ricerca rimane pur sempre Dio, e la scienza predominante è quella teologica; ma di fatto ci sono anche altri interessi e altre attenzioni che danno origine alle cosiddette “artes liberales”. Così la rinascita non è solo di ordine religioso, anche se il fenomeno culturale deriva da quel mondo e dentro quel mondo si afferma e si amplia, non senza alcune contraddizioni ben evidenziale nel conflitto tra Bernardo e Abelardo, come pure con altri pensatori ecclesiastici, messi a tacere con l’irruenza e l’intransigenza dell’abate di Chiaravalle. Ma i toni aspri non impediscono lo sviluppo …

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LA RINASCITA CON SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE.

RIMANI NEL GIUSTO MEZZO

SE NON VUOI PERDERE IL SENSO DELLA MISURA

RESTAR FUORI DELLA MISURA

PER IL SAGGIO E’ COME UN ESILIO

(S. BERNARDO DA CHIARAVALLE)
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INTRODUZIONE

Ciò che appare come aspetto più evidente e più avvertito nel secolo XI è il bisogno di rinnovamento che deve coinvolgere l’intera società, avviata dopo il Mille su strade nuove, più confacenti con lo spirito nuovo che aveva animato un po’ tutti. In modo macroscopico si deve notare come nell’ambito religioso sia forte l’anelito di una spiritualità più profonda e più viva non solo tra le componenti gerarchiche e istituzionali, ma anche a livello popolare. Era quanto mai necessaria la liberazione dei pastori ai più alti livelli rispetto al potere politico, e più ancora rispetto alle tentazioni forti nell’ambito economico e nella sfera affettiva: e qui era stata avviata la riforma che poi avrà il nome di “gregoriana” a motivo di papa Gregorio VII, il quale risultava essere il protagonista più consapevole e più deciso. Ma non di meno si avvertiva la necessità di una seria riforma anche a livello laicale, senza necessariamente che i laici dovessero imboccare una strada di tipo religioso. Il mondo monastico aveva tra i suoi componenti anche dei preti, e gli abati erano spesso rappresentati con a fianco il pastorale, come se il loro potere potesse essere paragonabile a quello di un vescovo; ma di fatto questi religiosi erano senza ordini ecclesiastici, pur assumendo responsabilità che li facevano avvertire come autorità gerarchiche: erano laici, e tali restavano, attirando nuove vocazioni di ordine religioso, non solo per vivere all’interno del monastero, ma per appoggiarsi ad esso nel lavoro di bonifica del territorio. Questa azione di risanamento era considerata determinante nella riforma dei costumi e della società. Si potrebbe dire che il rinnovamento in corso grava sulle spalle di un mondo laicale: i fedeli si rendono conto della necessità di questa azione a partire dal mondo della Chiesa, di cui i laici si sentono parte fondamentale; l’assunzione poi di compiti istituzionali a partire dal mondo monastico e, uscendo da esso, dentro le gerarchie ecclesiastiche, porterà ad un’altra visione dell’istituzione “Chiesa”, e in particolare del Papato, che diventerà nel periodo successivo determinante, anche perché esso si appoggia ai nuovi centri di potere, come sono le città destinate a diventare “Comuni”, per fronteggiare un potere politico che vorrebbe assommare nella persona dell’Imperatore tutte le funzioni istituzionali, da quelle militari, a quelle finanziarie, a quelle giudiziarie, a quella religiose. Così il laicato diventa arbitro centrale della nuova impostazione, anche se il Papa cercherà di avere la responsabilità e di gestire l’azione di rinnovamento, che è alla base della nuova epoca. Leggi tutto “LA RINASCITA CON SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE.”

LA LIBERAZIONE DEL SANTO SEPOLCRO

Canto l’arme pietose, e ’l Capitano
Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano;
Molto soffrì nel glorioso acquisto:
E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto:
Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi
Segni ridusse i suoi compagni erranti.

(Torquato Tasso – GERUSALEMME LIBERATA, canto 1)

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INTRODUZIONE

Ci sono alcuni aspetti delle Crociate che non vanno sottovalutati, per comprendere meglio il fenomeno; essi emergono in modo particolare in occasione della prima, che risulta la sola vittoriosa, perché raggiunge l’obiettivo non solo di liberare i luoghi santi dalla presenza musulmana, ma di con-sentire che la presenza occidentale si prolunghi per anni, con l’illusione che tale acquisto potesse risultare duraturo e irreversibile. Era tale l’esaltazione per una simile impresa e vi era un tale fanatismo nel perseguire l’obiettivo, che forse non ci si rendeva neppur conto delle reali condizioni in cui l’impresa veniva assunta e gestita. Essa presentava tali e tanti motivi derivati da un certo fervore di natura religiosa, e perciò non si potevano valutare appieno le ragioni politiche ed economiche dell’impresa stessa. Eppure questo ideale si conserva e si riaccende in diversi periodi storici, come se mai si potesse trascurare l’obiettivo, di alto profilo, che esisteva in tale fenomeno, senza riuscire a dare ad esso la sua vera dimensione. Si deve rilevare che la prima spedizione, quella caratterizzata da una massa fanatica, agitata dalla predicazione religiosa, e la seconda, altrettanto caricata dall’entusiasmo, ma senza una specifica organizzazione, forse per questo spirito di avventura raggiunsero quanto si erano prefissate. Di fatto venivano a mancare coloro che risultavano indispensabili per una impresa di natura militare, che deve essere associata anche a ben chiari motivi politici, come potevano essere uomini in armi legati alle nuove autorità emergenti nel panorama politico. Di fatto l’Imperatore, colui che aveva cercato fin dai tempi dei Carolingi di rappresentare il nuovo mondo medievale che amalgama le popolazioni barbariche con il grande ideale della romanità classica, ne era escluso, perché non voleva partecipare ad un’impresa voluta energicamente dal Papa; quest’ultimo cerca così di accamparsi come colui che sarebbe dovuto essere superiore ad ogni altra potestà. Ma anche i feudatari più in alto nel sistema medievale imperiale non ne riconoscono la necessità, se non ad impresa ultimata. La prima crociata non è affatto organizzata a livello politico da coloro che erano le autorità riconosciute, come potevano essere i re e i signori territoriali. In quanto fenomeno di fanatismo accorrevano coloro che avrebbero potuto acquisire un nuovo spazio, conquistando territori, sui quali fosse loro possibile esercitare una autorità, che invece non appariva a loro aprirsi sul “vecchio” continente, quello del centro Europa. Leggi tutto “LA LIBERAZIONE DEL SANTO SEPOLCRO”

LE CROCIATE

Il fenomeno definito delle crociate nei libri scolastici viene circoscritto al periodo che va dalla fine dell’XI secolo alla seconda metà del secolo XIII, contando di fatto sette spedizioni, tese propriamente alla conquista e alla liberazione di Gerusalemme. Si ha pure di mira la realizzazione di un regno locale cristiano, gestito da occidentali in aperta antitesi con il dominio bizantino, che vede sempre più ridotto il suo campo di azione e di influenza, considerato come eredità della Roma imperiale. Il fenomeno è tuttavia molto più complesso ed ampio rispetto a quello circoscritto ai tentativi messi in atto di liberare il Santo Sepolcro. Esso poi viene considerato come un rapporto conflittuale, mai sopito, neppure quando le armi propriamente tacciono e gli eserciti non si scontrano in campo aperto, tra il mondo occidentale e il mondo mussulmano. Questo è considerato ben oltre quello arabo, con cui noi dovremmo intendere le tribù della penisola arabica. Le crociate per la Terra Santa riguardano la Palestina e di fatto gli islamici di quell’area geografica, dove gli Arabi nella loro conquista, dopo la morte di Maometto (632), si sono insediati. In quel periodo, ma non solo, i mussulmani sono già divisi sia sotto il profilo religioso, sia sotto quello politico, anche se nella grande area mediorientale e nordafricana, come pure nella penisola iberica, si trovavano diverse popolazioni e diversi regni accomunati dalla medesima fede islamica. Così le crociate, indirizzate alla Palestina, a volte prendono anche altre strade, per recuperare i territori caduti sotto il dominio islamico che veniva avvertito come un pericolo, in quanto si prefiggeva, con la conquista territoriale, anche la conversione, più o meno forzata, alla religione maomettana. Il confronto con la jihad, interpretata come guerra santa, come azione militare di conquista delle terre occupate dagli infedeli, induce in Occidente a considerare come unica modalità possibile di riconquista quella di far fronte al nemico con le armi e quindi con la guerra, sempre conservata, anche quando le ostilità non sono dichiarate. Poi, però, il concetto di crociata, e l’azione che ne segue, viene usata anche per altre imprese di carattere militare e cioè contro i nemici dichiarati della Chiesa e anche della cosiddetta “Res publica christiana”, come si definiva allora l’Impero: chi contrastava le due massime autorità che volevano rappresentare l’unità del mondo europeo, costruito sull’ideale della “romanità” e sull’ideale cristiano, era da considerarsi estraneo o eretico e come tale andava contrastato non mediante la persuasione e il convincimento, ma solo mediante la guerra o la condanna capitale, con cui il bubbone pestifero veniva scalzato, perché non inquinasse ulteriormente. Leggi tutto “LE CROCIATE”

LA RINASCITA BENEDETTINA

INTRODUZIONE

Il fervore della rinascita, che si avverte dopo il 1000 un po’ ovunque in Europa, è presente in tutti gli ambiti, ma si sviluppa in modo particolare a partire dai monasteri, che già da secoli hanno consolidato la loro presenza e allargato il loro raggio d’azione. Essi si pongono sul territorio come luoghi di spiritualità e di cultura, e più ancora come spazi di lavoro e di aggregazione, aprendo le porte anche a coloro che S. Benedetto definisce “principianti” e che danno origine al fenomeno dei “conversi”, cioè di coloro che vivono dentro o accanto al monastero anche se non emettono i voti e quindi non hanno l’obbligo della preghiera comune. Spesso questi spazi inclusivi possono creare anche difficoltà alla vita di chi fatica a trovare il giusto equilibrio: i monaci, soprattutto coloro che auspicano una stretta osservanza della regola e sono desiderosi di una vita religiosa caratterizzata dal silenzio e dalla preghiera, cercano spazi nuovi e nuove forme di vita. Lo sviluppo del sistema di Cluny, che si era ramificato in tutta Europa con centri piccoli o grandi di vita monastica, era stato usato per la riforma della Chiesa, quella che dal recupero di una spiritualità più viva, cercava anche la “libertà” della Chiesa stessa e degli uomini di Chiesa dalle occupazioni di natura politica ed economica. Il sistema era prosperato finché il Papato ebbe bisogno di un simile apparato; il declino, a riforma non ancora completata, lasciava spazio per la ricerca di altri sistemi monastici. Tutti si rifanno alla regola benedettina e nello stesso tempo esprimono esigenze nuove e una visione della riforma che non si limita agli aspetti esteriori e a quelli della vita attiva o lavorativa, ma si impegnano per una contemplazione più radicata e più rigorosa. Così nascono nuove realtà religiose, destinate però a cambiare anche altri aspetti della vita: anche questi si rifanno a Benedetto, e nello stesso tempo sottolineano nuove esigenze e quindi rispondono in maniera adeguata alle necessità anche in campo civile. Queste nuove abbazie non danno origine al fenomeno unico di Cluny e quindi, anche ad avere qua e là abbazie “sorelle”, non creano più vaste ramificazioni, come succede per Cluny. Semmai si creano altri centri che progressivamente si sentono autonomi, con gli stessi fondatori che spesso escono dalla propria abbazia per andare altrove e realizzare un monastero sempre più confacente con gli ideali più rigorosi della vita monastica. Così andando di pari passo e anche oltre il fenomeno di Cluny, dove gli abati locali sono personaggi di rilievo, si creano nuove realtà, nate per questa esigenza di natura religiosa e poi sviluppate per dare una risposta alle esigenze del territorio in cui le abbazie si trovano. Leggi tutto “LA RINASCITA BENEDETTINA”

La rinascita con Cluny

POICHE’ NOI SIAMO UNITI A TUTTI I CRISTIANI

PER UN’UNICA CARITA’ E UN’UNICA FEDE,

NOI FACCIAMO QUESTA DONAZIONE

PER IL PROFITTO DI TUTTI I CREDENTI

DEI TEMPI PASSATI, PRESENTI E FUTURI

(dall’atto di donazione di Guglielmo il Pio, conte di Macon)

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INTRODUZIONE

La vicenda di Cluny è qualcosa di unico nella storia, perché anche ad essere uno dei tanti monasteri diffusi in Europa, ed essere di stampo benedettino, come sono un po’ tutti, compresi quelli che dopo il 1000 risultano legati a figure di spicco con carismi diversificati, questo presenta una sua configurazione che lo staglia nella sua unicità rispetto a tutti. Cluny svolge fin dagli inizi, e per i primi due secoli, un ruolo decisivo nella storia religiosa, e non solo, configurandosi come un luogo geografico, e non solo, che diventa centrale per la vita europea. L’abbazia, che viene costruita e ingrandita in pochi anni, occupa il cuore della Borgogna, regione ritenuta di confine ma al centro dell’Europa, dove Francia e Germania confluiscono. E tuttavia essa si presenta fin dagli inizi legata strettamente a Roma e dipendente dal Papa, così come i Papi cercano in essa il supporto in una lotta decisiva per la sopravvivenza e per la libertà della Chiesa stessa. Ciò che poteva apparire come uno dei tanti monasteri, ben presto assume una fisionomia che lo distingue dagli altri e gli conferisce un compito di grande portata. Quando la sua missione si esaurisce, il monastero, divenuto una potenza, rimane per secoli il simulacro di questa potenza, sopravvivendo fino alla Rivoluzione, senza che sia più possibile essere per l’Europa il suo cuore e il centro stimolatore di iniziative riformatrici. Così si era imposto dopo il 1000, così rimane per circa un secolo, con un imponente edificio che si conserva grandioso anche a non essere più l’abbazia all’altezza della sua fama. Oggi rimane ben poco di quanto era stato costruito nei secoli IX e X: per quanto si voglia recuperare l’impianto originario, non è più possibile tornare agli antichi splendori e più ancora a recuperare la missione con cui era nata e si era sviluppata. Oggi appare come un masso erratico, mentre in origine era al centro di una rete di monasteri nati e confluiti per costituire una presenza radicata e ramificata, con cui l’Europa cercava di rinascere. Questa irradiazione di monasteri con annessi i cosiddetti siti cluniacensi, offre uno scenario imponente che fa pensare ad un passato glorioso con cui è stata garantita la riforma della Chiesa allora necessaria, e nel contempo dice che ogni riforma necessita di esperienze religiose forti e significative, come quelle che traspaiono dalle vestigia di simili siti. E tuttavia l’unicità di Cluny dimostra che questa esperienza è irrepetibile, ma non per questo deve cadere nell’oblio. Leggi tutto “La rinascita con Cluny”

NUOVI MOVIMENTI RELIGIOSI E SISTEMI ABBAZIALI

INTRODUZIONE: SPIRITUALITA’ MONASTICA E RIFORMA

Il monachesimo, soprattutto nella sua diffusione in Europa, diventa il
fenomeno più importante del periodo medievale, senza il quale non è
possibile raccontare in maniera completa non solo gli eventi, ma quel

cammino di spiritualità e di cultura che si riconosce determinante per il lungo
periodo dell’età di mezzo. Ovviamente il monachesimo è un fenomeno
complesso, sempre in evoluzione, anche se apparentemente appare rigido
con le sue regole, e spesso anche statico, come se non si potessero
verificare al suo interno modifiche profonde e davvero innovative. Nel periodo
che sta attorno al Mille nascono nuovi movimenti di natura religiosa che sono
parte essenziale di una rinascita non solo di natura spirituale ed ecclesiale,
ma anche e soprattutto nell’ambito civile e sociale, per i notevoli cambiamenti
che vengono introdotti a proposito dell’economia e della organizzazione
sociale del territorio. Anche se le nuove famiglia religiose si costruiscono sulla
base dello schema benedettino e la regola di S. Benedetto rimane il testo di
orientamento per tutti, si avverte la necessità di dare una nuova impostazione
allo stesso monastero. Laddove i nuovi monasteri si insediano c’è una
rifioritura del territorio e un vero rinnovamento economico di cui beneficia il
laicato, che fuori delle mura del monastero elabora nuovi sistemi in grado di
svilupparsi con sostanziali benefici per la società nel suo insieme. Una rapida
considerazione dell’evoluzione del sistema benedettino e di altri impianti
monastici può servire a far comprendere meglio l’apporto nuovo che deriva
dalle istituzioni religiose emergenti un po’ in tutta Europa dopo il Mille. Il
contributo di S. Benedetto (480-547) è stato quello di adattare il sistema
monastico orientale, costruito sulle regole elaborate da S. Basilio (330-379), e
vissuto nel deserto, luogo di totale solitudine, al territorio occidentale dove
non si trovava qualcosa di analogo. Leggi tutto “NUOVI MOVIMENTI RELIGIOSI E SISTEMI ABBAZIALI”