I PATTI LATERANENSI

La questione romana: affare italiano o internazionale?

Se la questione romana si accompagna al Risorgimento italiano e ne diventa un elemento determinante, sia per il raggiungimento dell’unità nazionale, sia per avere la capitale del nuovo Stato, poi tuttavia essa rimane sul tavolo, anche quando scompare lo Stato Pontificio e sembra che lo Stato italiano ne venga fuori più consolidato e più che mai sicuro di aver affrontato al meglio il problema. Ma questo sussisteva, sia per le continue rimostranze da parte del Vaticano, in ragione del sopruso che era stato perpetrato nei confronti del Papa, sia per la tensione interna alla società italiana con il divieto ai cattolici da parte delle autorità religiose di partecipare alla vita nazionale, sia per i risvolti che se ne avevano a livello internazionale, dove il governo italiano non voleva nessun riconoscimento politico e nessuna partecipazione si rappresentanti del Papa, soprattutto per la paura che lì venisse sollevata la questione romana. Occorreva dunque mettere mano alla questione, che non era affatto risolta neppure con le Leggi delle Guarentigie, mai riconosciute dal Vaticano e tutte interne allo Stato italiano. Queste leggi sembravano riconoscere una certa sovranità diplomatica al papa stesso per l’esercizio della sua autorità religiosa, ma in esse si negava che questa autorità avesse anche risvolti di tipo politico. Così il Papa conservava la sua libertà dentro i palazzi, in cui si sentiva comunque prigioniero e defraudato del suo secolare potere temporale; e conservava pure un riconoscimento diplomatico che permetteva di mantenere ambasciatori dei Paesi che lo riconoscevano e nunzi apostolici con gli stessi Paesi. In questo lungo periodo (una sessantina d’anni) vissuto in una sorta di “limbo diplomatico”, non mancarono comunque i rapporti con altri Stati da parte della Santa Sede, la quale firmò con molti di essi dei Concordati, che erano indubbiamente accordi per le questioni religiose, ma di fatto risultavano patti internazionalmente riconosciuti.

E tuttavia, quando la Santa Sede cercava di presenziare a Conferenze in cui erano in gioco i rapporti fra gli Stati per cercare soluzioni diplomatiche ed evitare contenziosi armati, in assenza di una più stabile organizzazione (come sarà la Società delle Nazioni, prima, e l’ONU, poi), il governo italiano bloccò ogni forma di partecipazione ad esse del Vaticano.

Insomma, la situazione era bloccata e non sembrava che si potesse addivenire ad un accordo, pur sempre tentato, anche per certe forme di irrigidimento su entrambi i fronti. La stessa soluzione trovata nel 1929 risultava spesso precaria e sul punto persino di essere rimessa in discussione … Comunque la soluzione richiedeva un accordo che fosse trovato e sancito fra le due parti, e che godesse dell’avallo internazionale. La prova se ne ebbe in occasione della guerra (1940-45), quando la neutralità e la libertà del territorio vaticano vennero rispettate, pur con le tante incognite circa la tenuta nel tempo di questo rispetto.

Va altresì rilevato che i Patti lateranensi, siglati in un Palazzo riconosciuto come territorio vaticano e ancora oggi tale, erano di fatto due. Con il primo, il Trattato, si prendeva atto della nascita di un nuovo Stato con un suo territorio e una sua organizzazione; con il secondo, il Concordato, si disciplinavano le questioni di comune spettanza allo Stato e alla Chiesa sul territorio italiano e per i cittadini italiani. Se il primo rimase – e rimane – in vigore, anche dopo la trasformazione istituzionale dell’Italia, che da monarchia divenne Repubblica, il secondo fu sottoposto a revisione ed è passibile di questo anche per il futuro.

Il cammino per giungere alla Riconciliazione

Come si è arrivati a questo passo?

Il cammino di questa riconciliazione non è stato facile e ci sono state resistenze da ambo le parti, sia perché il Papa considerava l’occupazione del suo “Patrimonio” come una usurpazione, sia perché lo Stato italiano con le Leggi delle Guarentigie riteneva già sufficientemente garantito l’esercizio del magistero pontificio e della sua sovranità, anche senza un territorio su cui governare. Di fatto nessuno entrò nei Palazzi Vaticani e tuttavia essi erano comunque considerati territorio italiano.

Pio IX (1846-1878) così si esprimeva nella sua enciclica “Respicientes ea” del 1 novembre 1870

È noto inoltre che Noi, adempiendo al Nostro dovere, non solo Ci opponemmo sempre ai replicati consigli e alle domande fatteci, con cui si voleva che Noi, vergognosamente, tradissimo l’ufficio Nostro abbandonando e consegnando i diritti e i domini della Chiesa, o stipulando con gli usurpatori una nefanda conciliazione, ma, di più, Noi, a questi iniqui ardimenti e misfatti perpetrati contro ogni diritto umano e divino, opponemmo solenni proteste davanti a Dio e agli uomini, e dichiarammo incorsi nelle censure ecclesiastiche i loro autori e fautori, e, quando fu necessario, li fulminammo con le stesse censure.

Noi ritenemmo che non Ci fosse assolutamente lecito abbandonare un’eredità tanto sacra e tanto antica (ossia il temporale dominio di questa Santa Sede, posseduto non senza un evidente disegno della Divina Provvidenza in così lunga serie di secoli dai Nostri Predecessori) né accettare col silenzio che qualcuno s’impadronisse della principale città del mondo cattolico per poi (una volta sovvertita e distrutta la santissima forma di governo che Gesù Cristo affidò alla sua Chiesa, e che fu strutturata sui sacri canoni emanati dallo Spirito di Dio) introdurvi un codice contrario e ripugnante non solo ai sacri canoni ma agli stessi precetti evangelici; insomma, trasferirvi, come è d’abitudine, un nuovo ordine delle cose che tende palesemente ad uniformare e a confondere la Chiesa Cattolica con tutte le altre sette e superstizioni.

Qui il Papa si riferisce al testo di S. Ambrogio circa la vigna di Naboth e soprattutto alla sua resistenza al potere politico del tempo che voleva impadronirsi di alcune chiese milanesi per affidarle agli Ariani. Il vescovo milanese si oppose decisamente in nome di questa eredità e si rinchiuse in chiesa per evitare alla polizia di entrarvi …

Infine, obbedendo a quell’avvertimento di San Paolo “Quale comunanza della giustizia coll’iniquità? O quale società fra la luce e le tenebre? Quale patto tra Cristo e Belial?” (2Cor 6,14-15) apertamente e chiaramente manifestiamo e dichiariamo che Noi, memori del Nostro ufficio e del solenne giuramento che Ci lega, non prestiamo, né mai presteremo, l’assenso a qualunque conciliazione, che in qualunque modo distrugga o scemi i diritti Nostri, e quindi di Dio e della Santa Sede; parimenti proclamiamo che, pronti certamente con l’aiuto della Divina grazia nella Nostra grave età a bere sino alla feccia per la Chiesa di Cristo il calice che Egli per primo si degnò di bere per la medesima, mai sarà che Noi aderiamo e Ci pieghiamo alle inique domande che Ci faranno. Infatti, come il Nostro predecessore Pio VII diceva: “Far violenza a questo supremo dominio della Sede Apostolica, separare la sua temporale potestà dalla spirituale, disgiungere, svellere, scindere gli uffizi del Pastore e del Principe, null’altro è che voler distruggere e rovinare l’opera di Dio, nulla fuorché sforzarsi che la Religione abbia un danno grandissimo, nulla fuorché spogliarla d’un efficacissimo aiuto, affinché il suo sommo Rettore, Pastore e Vicario di Dio non possa conferire ai cattolici, sparsi in ogni angolo della terra e di là bisognosi di forza e di aiuto, quei soccorsi che si chiedono dalla spirituale potestà di lui, e che nessuno deve impedire” [Alloc. 16 marzo 1808]..

Anche con il suo successore, Leone XIII (1878-1903) le cose non cambiano: rimane il “Non expedit” per i cattolici in Italia, che impedisce loro la partecipazione alla politica attiva e quindi ai ruoli decisionali di governo nazionale, non invece a quello locale. Ma soprattutto in seguito alla Enciclica sociale più famosa, la Rerum Novarum del 1891, si aprono nuove prospettive di carattere sociale, che vengono quanto mai auspicate per una presenza più capillare e più incisiva nelle realtà locali, mentre rimane l’opposizione ad ogni forma di partito dei cattolici.

Leone XIII infatti, che pur ammirava l’entusiasmo dei giovani per i problemi sociali, ma non voleva sconfessare la trentennale operosità degli intransigenti, il 18 gennaio 1901 interveniva con l’enciclica Graves de communi, la quale proibiva ancora una volta ai cattolici di svolgere azione politica, concedendo loro di impegnarsi solo nel campo sociale. L’enciclica aveva lo scopo di chiarire il concetto di democrazia cristiana e di sedare così le discordie, divenute in proposito sempre più profonde, tra i cattolici italiani; si conservava quella espressione, ma si intendeva che essa indicasse essenzialmente una “azione benefica verso il popolo”. (Penco, p.477).

Gli anni tra i due secoli furono particolarmente vivaci soprattutto per il dibattito e per l’azione dei cattolici dentro la società e dentro il dibattito politico italiano, senza mai trovare comunque la possibilità concreta di giungere ad una conciliazione. Lo stesso Giolitti che raggiunse un’intesa con il cosiddetto “Patto Gentiloni”, per avere il sostegno dei cattolici in politica, non ne voleva sapere di scendere a patti con la Chiesa, anche per la sua formazione fortemente liberale che voleva la Chiesa relegata nelle sacrestie con la sola possibilità di animare opere benefiche nel campo sociale. Solo alla vigilia della guerra si faceva strada l’ipotesi di ottenere l’internazionalizzazione della Legge delle Guarentigie. Ma non si andò molto oltre ….

Anche il pontificato di Benedetto XV (1914-1922) non fu sottratto alle asprezze polemiche legate alla questione romana: la sua neutralità nella guerra appariva come una presa di posizione ostile all’Italia e favorevole alle Potenze degli Imperi centrali; e negli Accordi di Londra per l’entrata dell’Italia in guerra a fianco dell’Intesa, all’articolo 15 si faceva proprio riferimento alla Santa Sede per impedirle di partecipare alla Conferenza di pace, come avvenne …

Patto di Londra (26 aprile 1915)

L’articolo 15 affermava: “La Francia, la Gran Bretagna e la Russia appoggeranno l’opposizione dell’Italia a tutte le proposte tendenti ad introdurre un rappresentante della Santa Sede in tutti i negoziati per la pace e per il regolamento delle questioni sollevate dalla presente guerra“.

Questo articolo provocò un profondo risentimento nel mondo cattolico. Secondo il filosofo Georges Sorel forse gli americani non si sarebbero così facilmente lasciati trascinare ad abbracciare la causa jugoslava, se i numerosi cattolici degli Stati Uniti non fossero stati ostili all’Italia per colpa di questo articolo. La ragione di fondo dietro l’azione del governo italiano e soprattutto del Ministro degli Esteri Sonnino di voler impedire che la Santa Sede superasse l’isolamento politico partecipando a negoziati di pace, era il timore che la diplomazia vaticana potesse risollevare la Questione Romana ponendola come problema internazionale.

Quella a Versailles fu un’assenza senza precedenti, vista la costante presenza della Santa Sede ad incontri di tal genere, incaricati cioè di porre fine a periodi di conflittualità e a definire nuovi assetti delle relazioni internazionali …

È noto che la stretta connessione tra una partecipazione della Santa Sede alla SdN e la Questione romana era emersa già durante i lavori della Conferenza di Versailles, nei famosi colloqui che si tennero a Parigi fra il maggio e il giugno 1919, tra il capo del Governo italiano Vittorio Emanuele Orlando e l’allora segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari Bonaventura Cerretti, allo scopo di formulare proposte concrete per la soluzione della controversia tra la Santa Sede e l’Italia. In proposito, la posizione vaticana chiedeva, quasi come condizione pregiudiziale, la costituzione di un’entità statuale sotto la sovranità della Santa Sede garantita da una presenza di questa nella SdN, una membership che proprio la sovranità territoriale effettivamente esercitata avrebbe reso possibile. (Buonomo, p. 49.50)

Di fatto la Santa Sede, che pur era tenuta lontana dalle assise internazionali di quell’epoca, vedeva comunque accrescere la sua posizione, sia perché aumentavano le relazioni diplomatiche sia perché venivano stipulati nuovi Concordati, in un periodo del resto piuttosto burrascoso. In effetti erano nati in Europa nuovi Stati, e questi assumevano particolari caratterizzazioni con più o meno manifeste tendenze di tipo autoritario, che richiedevano, se non privilegi, comunque più ampi spazi di libertà di movimento per la Chiesa e per i cattolici.

E va pure riconosciuto che nel periodo postbellico la Santa Sede interviene ed è pure richiesta negli interventi per segnalare o per sentirsi coinvolta in alcune questioni e in alcune situazioni, che vanno anche ben oltre gli interessi di parte o dei suoi fedeli.

Il testo citato ricorda alcuni problemi che vedono l’attività diplomatica della Santa Sede e la vedono impegnata a sostenere anche situazioni dove non erano in gioco solo interessi legati al mondo cattolico …

La fame in Russia durante il periodo della guerra civile: la richiesta di Benedetto XV è di intervenire per lenire le sofferenze della popolazione russa.

La situazione delle minoranze e dei rifugiati: il caso dell’Ungheria che si vedeva privata dei suoi territori e di popolazione ungherese che veniva inglobata nella Romania e nella Jugoslavia, rivela una Santa Sede attenta alle questioni che poi esploderanno in seguito.

Le popolazioni dell’Asia Minore: l’azione messa in campo per i numerosi profughi che la guerra greco-turca aveva creato da ambo le parti, fa della Santa Sede un partner privilegiato.

Un’azione che mostra non solo la capacità della Santa Sede di operare sul piano internazionale, bilaterale e multilaterale, prima del 1929, ma come pure in quel momento storico essa fosse attenta alle questioni di rifugiati e profughi, operando in loro favore indipendentemente dall’appartenenza religiosa. (Buonomo, p. 61)

La questione dei Luoghi Santi in Palestina rivelava un interesse della Santa Sede, che faceva presente alla Società delle Nazioni alcune questioni, non solo e non tanto di difesa dei propri privilegi acquisiti, quanto piuttosto come si dovesse agire a livello internazionale, tenuto conto che molti luoghi santi in Terra Santa avevano un carattere particolare, che non si poteva definire sulla base della nazionalità.

La riforma del calendario gregoriano veniva avanzata per motivi di ordine commerciale, in riferimento alla questione della data della Pasqua da rendere fissa e non mobile, come succedeva e succede tuttora. Non se ne venne a capo di nulla. Ma è interessante sapere che la Società delle Nazioni sentiva la necessità di avere il parere della Santa Sede …

Ciò significa che, anche ad aver perso i territori e la sua immagine di Stato fra gli Stati, anche a trovarsi in difficoltà per l’opposizione italiana a dare spazio nel contesto internazionale, con la paura che si potesse sollevare la “ questione romana”, non solo a livello di alcuni Stati, ma anche di organizzazioni al di sopra delle nazioni stesse, la Santa Sede veniva presa in seria considerazione, segno inequivocabile che si conservava per essa una immagine che la metteva sullo stesso piano degli Stati. La cosa poi divenne scontata con il riconoscimento giuridico che emerse dai Trattati lateranensi.

I prodromi dell’evento

Non sono mai mancate le trattative per arrivare alla conciliazione, pur in presenza di discorsi pubblici che alimentavano invece la polemica.

Da parte delle autorità ecclesiastiche si continuava a sottolineare il sopruso commesso dalle autorità italiane e continuava ad essere in vigore la condanna ferma di Pio IX. Veniva pure raccomandato ai vescovi di non avere a che fare con le autorità in certi momenti, come potevano essere le visite del Re o di altri capi di Stato alle autorità italiane.

Da parte dei governi che si sono succeduti, non solo mancava l’autorità per addivenire ad una forma di soluzione; altre volte si manifestavano veri e propri ostacoli ad ogni forma di riconoscimento della Santa Sede come interlocutrice a livello internazionale.

Era evidente che con i governi di stampo liberale non era possibile alcun forma di conciliazione, per quanto se ne parlasse, anche perché, oltre alle componenti massoniche decisamente anticlericali, occorreva superare l’ostacolo delle diverse anime dei partiti di governo.

Anche quando compare Benedetto XV, già nella sua prima enciclica “Ad beatissimi Apostolorum” del 1 novembre 1922 diceva chiaramente

Ed ora, Venerabili Fratelli, al termine di questa lettera, il Nostro cuore torna spontaneo colà, donde volemmo prendere le mosse. È la parola di pace che Ci ritorna sul labbro; per questo con voti fervidi ed insistenti invochiamo di nuovo, per il bene tanto della società che della Chiesa, la fine dell’attuale disastrosissima guerra. Per il bene della società, affinché, ottenuta che sia la pace, progredisca veramente in ogni ramo del progresso; per il bene della Chiesa di Gesù Cristo, affinché, non trattenuta da ulteriori impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare agli uomini conforto e salute. Purtroppo da lungo tempo la Chiesa non gode di quella libertà di cui avrebbe bisogno; e cioè da quando il suo capo, il Sommo Pontefice, incominciò a mancare di quel presidio che, per disposizione della divina Provvidenza, aveva ottenuto nel volgere dei secoli a tutela della sua libertà.

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La mancanza di tale presidio è venuta a cagionare, cosa d’altronde inevitabile, un non lieve turbamento in mezzo ai cattolici: coloro difatti che si professano figli del Romano Pontefice, tutti, così i vicini come i lontani, hanno diritto d’essere assicurati che il loro Padre comune nell’esercizio dell’apostolico ministero sia veramente libero da ogni umano potere, e libero assolutamente risulti.

Al voto pertanto d’una pronta pace fra le Nazioni, Noi congiungiamo anche il desiderio della cessazione dello stato anormale in cui si trova il Capo della Chiesa, e che nuoce grandemente, per molti aspetti, alla stessa tranquillità dei popoli. Contro un tale stato Noi rinnoviamo le proteste che i Nostri Predecessori, indottivi non già da umani interessi, ma dalla santità del dovere, alzarono più di una volta; e le rinnoviamo per le stesse cause, per tutelare cioè i diritti e la dignità della Sede Apostolica.

Qui non si parla più di usurpazione e, di conseguenza, della condanna verso i governanti italiani. Qui è accorata invece la richiesta di poter contare ancora su una libertà di movimento, che consenta al Papa di essere al di sopra delle parti. Si tenga presente che siamo in un momento particolarmente grave, come quello della guerra in atto, durante la quale la Santa Sede poteva e doveva svolgere la sua missione senza dover risultare assolutamente di parte, come poi verrà accusato lo stesso Papa nei suoi interventi, compreso quello dell’agosto 1917, quando definì la guerra “un’inutile strage”.

Benedetto XV chiede chiaramente che si ponga fine a questo “stato anormale in cui si trova il Capo della Chiesa”: è evidente che si tende la mano affinché la anormalità venga sistemata … Non risulta che ci siano richieste di tornare allo stato precedente con il ripristino del potere temporale e con la restituzione dei territori usurpati. Si esprime invece il desiderio che il Papa possa essere davvero indipendente per svolgere la sua missione soprattutto a favore della pace.

Non sembrava possibile neppure con Mussolini, che era stato in gioventù un acceso anticlericale e che tale era rimasto anche dopo la sua espulsione dal partito socialista. Ciò che lui rappresentava dopo la guerra era l’anima nazionalista, che si faceva strada anche attraverso le forme violente e non faceva mistero del suo modo di concepire e di esercitare il potere. Ma non sono mancate affermazioni sulla questione romana che potevano far sperare in un esito come quello poi raggiunto nel 1929.

In un discorso al parlamento del 21 giugno 1921 si espresse in tal modo: “Affermo che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicesimo. Se, come diceva Mommsen … non si resta a Roma senza un’idea universale, io penso e affermo che l’unica idea universale, che oggi esiste a Roma, è quella che s’irradia dal Vaticano. Penso … che se il Vaticano rinuncia definitivamente ai suoi segni temporalistici – e credo che sia già su questa strada – l’Italia profana e laica dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per le scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza sovrana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del Cattolicesimo, nel mondo … è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani”. (Nacci, p. 86-7)

Ovviamente ci vollero gli anni del consolidamento al potere da parte di Mussolini, il cui regime si può dire inizia con il discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, dopo la crisi dovuta all’assassinio di Matteotti. Con l’assetto dittatoriale entrano in vigore anche leggi che vogliono estirpare la pluralità dei partiti, ma anche le società segrete di stampo massonico. Così le due parti appaiono più libere nell’intavolare trattative.

Queste “basi” furono poste il 6 agosto del 1926 quando il Papa autorizzò l’avvocato fiduciario del Vaticano Francesco Pacelli, fratello del futuro Pio XII, a conferire con il consigliere di Stato, Domenico Barone, circa la soluzione della Questione romana; colloqui che iniziarono due giorni dopo nella casa di Barone (Nacci, p. 89)

La discussione richiese tempo anche perché nel frattempo sorgevano problemi che rischiavano di far naufragare l’intesa: la dittatura non poteva permettere che la Chiesa avesse campo libero per iniziative di carattere formativo nei confronti della gioventù; non si metteva in discussione il catechismo, ma non si potevano accettare forme di attività diverse, come i gruppi Scout o l’Azione Cattolica, e naturalmente la Chiesa riaffermava in continuazione la sua imprescindibile azione educativa. C’era poi la questione del Concordato, che già la Chiesa andava realizzando con i vari Stati europei e del mondo in quel periodo, e che si voleva abbinare alla soluzione della questione romana.

Due relazioni del consigliere di Stato Domenico Barone del 12 aprile e dell’agosto 1928 fanno luce non solo sulla buona volontà di quell’esemplare funzionario, ma anche sugli argomenti verso cui le due parti erano più sensibili. Le difficoltà non mancavano. In Vaticano, infatti, si era urtati per la presenza di spie fasciste; a Mussolini d’altra parte, continuavano a giungere proteste – anche da parte di D’Annunzio – per i progetti di conciliazione ormai nell’aria. Il consigliere Barone svolse quindi, a questo proposito, un’attività intensissima fino a compromettere la propria salute, mentre Pio XI già nel marzo sembrava disposto a non irrigidirsi per questioni di territorio, pur protestando, il 25 marzo, contro il tentativo di monopolizzare l’educazione della gioventù e contro le persistenti vessazioni ai danni dell’Azione Cattolica. (Penco, p. 527)

La firma e la ratifica dei Trattati

Alla firma si arriva l’11 febbraio 1929, anche se poi la ratifica avviene il 7 giugno dello stesso anno. Nel momento stesso in cui la firma avveniva nel Palazzo Apostolico Lateranense, il Papa teneva un discorso in cui affiorano anche i problemi che accompagnano questa decisione …

Dall’allocuzione di Pio XI ai parroci romani e ai predicatori della Quaresima

(11 febbraio 1929)

Ed ora accenniamo a quell’altra circostanza che Ci fa tanto più cara ed opportuna la vostra assistenza e che rende questa adunanza ben altrimenti memorabile e storica che non per le circostanze pur belle e solenni del settimo anniversario dell’incoronazione e dell’anno giubilare. Proprio in questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento, lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci, nella Nostra casa parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed un Concordato.

Un Trattato inteso a riconoscere e, per quanto « hominibus licet », ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena.

Un Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano.

Non vi aspetterete ora da Noi i particolari degli accordi oggi firmati: oltre che il tempo, non lo permetterebbero i delicati riguardi protocollari, non potendosi chiamare quegli accordi perfetti e finiti, finché alle firme dei Plenipotenziari, dopo gli alti suffragi e colle formalità d’uso, non seguano le firme, come suol dirsi, sovrane: riguardi che evidentemente ignorano o dimenticano coloro che attendono per domani la Nostra benedizione solenne «Urbi et orbi » dalla loggia esterna della Basilica di San Pietro.

Vogliamo invece solo premunirvi contro alcuni dubbi e alcune critiche che già si sono affacciati e che probabilmente avranno più largo sviluppo a misura che si diffonderà la notizia dell’odierno avvenimento, affinché voi, a vostra volta, abbiate a premunire gli altri. Non conviene che portiate queste cose, come suol dirsi, in pulpito; anzi, non dovete portarvele per non turbare l’ordine prestabilito alla vostra predicazione; ma anche all’infuori di questa, molti verranno a voi, sia per trarre particolare profitto dalla vostra eloquenza, con conferenze e simili, sia per avere anche sull’attuale argomento pareri tanto più autorevoli ed imparziali quanto più illuminati.

Dubbi e critiche, abbiamo detto; e Ci affrettiamo a soggiungere che, per quel che Ci riguarda personalmente, Ci lasciano e lasceranno sempre molto tranquilli, benché, a dir vero, quei dubbi e quelle critiche si riferiscano principalmente, per non dire unicamente, a Noi, perché principalmente, per non dire unicamente e totalmente, Nostra è la responsabilità, grave e formidabile invero, di quanto è avvenuto e potrà avvenire in conseguenza.

Come si avverte da queste parole c’è la coscienza che l’atto è grande e solenne e comunque foriero di critiche e di prese di distanza che si muovono contro la sua persona e le sue scelte. Ne è consapevole (e un po’ amareggiato), ma nel contempo appare quanto mai deciso ad andare fino in fondo per cogliere questa opportunità e mettere fine al contenzioso che non si poteva trascinare oltre con grave pregiudizio per la Chiesa stessa. Le critiche che gli venivano mosse non riguardavano solo il riconoscimento dell’Italia fascista, visto che il Trattato veniva fatto con Mussolini, ma anche per la rinuncia ai possedimenti territoriali che da secoli appartenevano alla Chiesa.

Se con Mussolini fu più facile ottenere la Conciliazione, non per questo il Trattato aveva le garanzie di quel governo, perché il Trattato, di natura internazionale, avveniva con lo Stato Italiano e quindi, propriamente con la persona del Re, di cui Mussolini era solamente il plenipotenziario, come lo era alla firma per il Vaticano il Card. Gasparri e non il Papa stesso. Se poi esso rimane vincolato alla Costituzione repubblicana, ciò significa che davvero questo Trattato è con lo Stato e non con un regime che è pur sempre transeunte. Per quanto riguarda la rinuncia al territorio “usurpato”, ora si riconosceva che era sufficiente al Papa una vera indipendenza, garantita con un minimo di possedimenti che permettessero l’assoluta estraneità allo Stato italiano. Col tempo la cosa si rivelò una autentica liberazione da una zavorra pesante: il Papa era libero, senza avere le incombenze di un governo temporale, che richiede particolari organismi e leggi …

Maggior entusiasmo Pio XI esprime al Corpo diplomatico qualche giorno dopo, riconoscendo che è nato un nuovo soggetto politico destinato a salvaguardare la missione della Chiesa e del magistero petrino, più ancora di quanto non lo si poteva pensare con la forma precedente del Patrimonio di S. Pietro, ereditato dalla storia.

Discorso di Pio XI al Corpo diplomatico (9 marzo 1929)

Ce n’è un’altra che continua dall’11 febbraio a riempire i paesi e il mondo intero. È questo grande, incomparabile (e forse finora mai verificato) plebiscito, non solo d’Italia, ma di tutte le parti del mondo. Non c’è, in questa parola, esagerazione alcuna. Noi stiamo ricevendo lettere e telegrammi non solo da tutte le città e villaggi d’Italia, non solo da tutte le città e da molti villaggi di tutti i paesi di Europa, ma anche dalle due Americhe, dalle Indie, dalla Cina, dal Giappone, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Nord, dal Centro, dal Sud dell’Africa, dall’Alaska, dal Mackenzie, dall’Hudson, come se si trattasse di un avvenimento del luogo.

Fatto veramente impressionante e che Ci autorizza a dire che non solo il popolo, tutto il popolo d’Italia, ma che i popoli del mondo intero sono con Noi: un vero plebiscito non solamente nazionale, ma mondiale. Ecco la garanzia, la più imponente che si possa pensare ed immaginare. In questo vasto e immenso plebiscito non possiamo non cogliere e rilevare alcune voci che Ci hanno profondamente commossi. È anzitutto la voce del piccolo numero dei sopravvissuti, nei vostri vari paesi, tra i valorosi che, nel corso degli anni, in spirito di fede cattolica hanno messo la loro vita a disposizione e a difesa della Santa Sede. Voi direte a questi valorosi che il Santo Padre ha pregato e applica delle Messe per tutti i loro morti, che sono anche i Nostri morti, indimenticabili.

Appare chiaro, a proposito dei Trattati, che si tratta di due documenti molto diversi, a cui poi si deve aggiungere anche la Convenzione finanziaria, con la quale si fissa l’indennizzo alla Santa Sede da parte dell’Italia, che pur aveva garantito con le Guarentigie un compenso annuale, sempre rifiutato da parte del Papa.

Il Trattato fa nascere di fatto un nuovo Stato del tutto sovrano, la cui indipendenza viene garantita a livello internazionale.

Il Concordato ovviamente riguarda i due Stati in riferimento all’esercizio religioso sul territorio italiano. Questo è stato sottoposto a verifica e ad una nuova intesa nel 1984.

L’impressione suscitata da un accordo così importante e così lungamente atteso fu senza dubbio di grande risonanza, in Italia e all’estero, come dimostrò la vasta eco nella stampa nazionale e internazionale. Altrettanto grande fu ovviamente, secondo i diversi punti di vista, la disparità di giudizi, per quanto prevalessero decisamente quelli positivi. A distanza di un sessantennio dall’occupazione italiana di Roma e della definitiva cessazione del potere temporale, i rapporti tra Stato e Chiesa ricevevano una regolamentazione che poteva dirsi soddisfacente. Vi fu, naturalmente, chi volle andare anche oltre l’intenzione della parti contraenti e dello stesso Pio XI: così, si parlò di un avallo senza riserve dato dalla Chiesa al regime fascista. (Penco, p. 529)

La Conciliazione venne disapprovata da quegli antifascisti – in Patria e all’estero – che deprecarono le trattative intercorse tra la Chiesa e un regime totalitario … Ma di fatto, cessata la dittatura, i Patti Lateranensi vennero accolti tali e quali, come trascendenti nettamente le circostanze e le persone che vi avevano avuto parte, nella costituzione stessa del nuovo Stato democratico e repubblicano e ciò con l’appoggio degli stessi partiti di sinistra (Penco, p. 530).

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Conclusioni

Di fatto noi abbiamo nella lettura storica di questi Patti lo stretto legame fra il Trattato, costitutivo dello Stato Vaticano, e il Concordato che regola invece i rapporti fra Chiesa e Stato in Italia. “Simul stabunt, simul cadent” – si diceva allora. E c’è pure chi supporne che il giorno della morte di Pio XI (10 febbraio 1939), che era vigilia del decimo anniversario dei Patti, ci fosse già un documento pontificio scritto, con cui, prendendo le distanze dal regime fascista, anche per le sue leggi razziali, si volesse far cadere il Trattato. Ovviamente il documento con c’è ed è da verificare che possa essere stato scritto, anche se non entrò mai in vigore con la morte del suo estensore. Penso che l’impugnazione del Concordato non volesse dire che si dichiarava nullo anche il Trattato con il quale nasceva lo Stato della Città del Vaticano. Questo Trattato ha dimostrato la sua forza anche a livello internazionale in occasione della guerra, quando anche nei mesi di occupazione nazista, i territori dello Stato pontificio, per quanto ristretti, non sono stati invasi e sono diventate isole di libertà per quanti trovarono rifugio e scamparono al pericolo di cadere sotto la polizia politica o sotto le SS naziste. Sta di fatto che nella discussione all’Assemblea Costituzionale, i Patti, nel loro insieme, entrarono a far parte della Costituzione stessa, a dimostrazione che essi non venivano considerati come l’espressione di un regime, ma come un vero e proprio trattato fra due Stati, ben oltre la contingenza storica di un governo oggi sottoposto alla damnatio memoriae.

Ma se il Trattato non è mai caduto, il Concordato è stato sottoposto a revisione. Non poteva essere diversamente per lo Stato italiano che si trovava in presenza di accordi costruiti, qui sì, secondo un sistema totalitario. La revisione era ritenuta necessaria per conformarsi alla legge fondamentale dello Stato, che si presenta democratico. Nel momento più delicato della sua storia non si volevano aprire ulteriori ferite e anche il Partito comunista si adeguò ad accettare entrambi i documenti dei Patti. Se poi si addivenne alla revisione, questa fu pure voluta dalla Chiesa che voleva anch’essa rileggere il Concordato sulla base delle suo nuove Costituzioni redatte con il Concilio Vaticano II.

In genere nelle considerazioni di carattere storico che si fanno sui Patti lateranensi si tende a sottolineare che essi mettono la parola fine al contenzioso tra Italia e Vaticano in seguito alla questione romana, come se si trattasse di un problema bilaterale. Certamente è così per il Concordato. Ma per il Trattato esso ha di fatto l’avallo internazionale, perché da allora viene riconosciuto nel concerto delle nazioni, che c’è pure spazio per una realtà politica e giuridica come lo Stato del Vaticano. Ora esso, anche con un porzione minima di territorio, ha in realtà un grande peso nel sistema internazionale e ce l’ha in forza della sua assoluta indipendenza e sovranità. Se questa era di fatto sospesa nel periodo fra il 1870 e il 1929, nonostante le leggi delle Guarentigie che volevano in maniera unilaterale garantire una sovranità di fatto limitata, ora invece essa viene universalmente riconosciuta. Ciò che oggi esiste è ben diverso da ciò che la storia aveva consegnato al Papa nel corso dei secoli, certamente per l’assetto territoriale, ma anche per il tipo di esercizio di potere che poneva il Papa accanto ad altri Stati, con i loro medesimi problemi di natura sociale e strutturale. Oggi il Papa possiede ancora un territorio su cui governa in maniera totalmente autonoma, ma questo tipo di Stato non ha bisogno di quel genere di infrastrutture che sono invece necessarie altrove. Perciò il Vaticano è ben diverso da quello che era prima del 1870; ma la sua autorità e il suo peso è di gran lunga superiore al precedente e la storia recente ha dimostrato che questa indipendenza ha giovato certamente all’esercizio della sua missione, soprattutto senza l’onere di dover svolgere compiti non propriamente suoi e non propriamente necessari a questa sua missione.

BIBLIOGRAFIA

Pontificio Comitato di scienze storiche- I PATTI LATERANENSI in occasione del XC anniversario (1929-2019)- Libreria Editrice Vaticana – 2019 – 

Gregorio Penco – STORIA DELLA CHIESA IN ITALIA (volume II) Jaca Book – 1977

LA FINE DEL POTERE TEMPORALE DEI PAPI.

IL PROBLEMA DELLA “QUESTIONE ROMANA” 

150 anni fa, il 20 settembre 1870, data storica per noi italiani, i bersaglieri entravano dalla breccia di porta Pia, a Roma, facendo decadere di fatto lo Stato Pontificio, e, con esso, come si pensava, anche il potere temporale. In realtà potremmo dire che quanto territorialmente rimaneva di quello Stato, erede di un ingrandimento perseguito fino al XVI secolo, veniva sì occupato dal Regno d’Italia, ma non per questo si poteva dire che veniva a decadere quella forma di autonomia, che di fatto i Papi nel corso della storia si sono costruiti, anche con il possesso e il governo di un territorio progressivamente ampliato.

Se nel passato appariva necessario per il Papa detenere anche il possesso di un territorio per garantirsi un’autonomia, poi di fatto ci si accorse che l’ufficio magisteriale e primaziale di Pietro poteva conservarsi anche senza quel tipo di Stato che aveva ereditato dalla storia. L’aveva ereditato anche per una assenza di potere a Roma, ormai divenuta simbolo di un impero millenario.

Certo, proprio a partire da ciò che la storia aveva lasciato in eredità, appariva pur necessario che il Papa, per continuare la sua missione nel solco di questa tradizione, avesse sempre bisogno di una pur minima extraterritorialità rispetto a ciò che stava sorgendo nell’Ottocento, e cioè uno Stato unitario, come quello italiano, che risultava essere la conclusione di una lunga storia. Se per gli altri Stati della Penisola, assimilati dal Regno di Sardegna (che sosteneva di essersi messo in campo per questa causa, mentre in realtà perseguiva la tradizione dell’ingrandimento territoriale in Italia), era senza conseguenze sul piano storico e politico, per Roma c’erano di mezzo tante altre questioni, sulla base del particolare tipo di Stato che risultava essere lo Stato Pontificio.

Non si parlava per gli altri Stati regionali d’Italia di una questione particolare, come invece già da tempo si parlava di una “questione romana”, quella, cioè, che richiedeva un intervento per mettere anche questo territorio e la sua gente in condizione di poter costruire una propria entità politico-statuale, ben consapevoli che la commistione fra il politico e il religioso avrebbe impedito uno sviluppo secondo i criteri che si stavano realizzando un po’ dovunque. E d’altra parte, anche oltre il mondo cattolico, c’era pure la convinzione che il Papa dovesse godere di una sua indipendenza, finora assicurata anche dalla gestione di un territorio da amministrare.

L’avvenimento aveva assunto fin dall’inizio una dimensione notevole per il suo carattere polimorfo, internazionale, nazionale, diplomatico, politico, religioso, memoriale e militare. Ben pochi altri eventi avevano avuto una tale risonanza: era stato infatti necessario trasformare una problematica internazionale, legata all’universalità del potere spirituale del papa, in una questione di politica interna, con l’abbattimento del potere temporale; dovevano essere affrontati i problemi legati alla “questione romana” che duravano da decenni; occorreva definire i rapporti tra la Chiesa e lo Stato laico e unificato e, infine, armonizzare gli aspetti politici e militari della conquista di Roma. ((HEYRIES, p. 9)

Leggi tutto “LA FINE DEL POTERE TEMPORALE DEI PAPI.”

Giuseppe: UOMO GIUSTO, MODELLO DI OGNI CREDENTE, CUSTODE DI GESU’ E DI MARIA.

UNO SGUARDO NELLA                      CASA DI NAZARETH

Dopo i racconti che riguardano la nascita e “i primi passi” di Gesù, di Giuseppe non si dice più nulla, se non che la famiglia, in seguito al suo “esodo” dall’Egitto, si era trasferita a Nazareth, come se si trattasse di una località su cui ripiegare, non potendo stare in Giudea, dove continuavano ad imperversare gli eredi di Erode. Eppure Nazareth dovrebbe essere la casa abituale di Giuseppe e di Maria! E certamente diventa la residenza abituale di Gesù, visto che poi lui si porta appresso questa qualifica, non del tutto onorevole, se in genere quelli della Galilea non godevano di grande considerazione tra i Giudei.

Poiché Luca dice che aveva circa 30 anni, quando comparve sul Giordano per il battesimo, e che era ritenuto figlio di Giuseppe, anche a non essere stato generato da lui, dovremmo supporre che Gesù sia rimasto in quel villaggio fino a quella età, non avendo alcuna notizia di quel lungo periodo, se non l’episodio di lui dodicenne, avvenuto però a Gerusalemme, nel tempio.

In maniera riassuntiva, Luca parla di una permanenza in quella casa, dove Gesù cresceva in età, sapienza e grazia, rimanendo sottomesso ai suoi genitori. Non si dice nulla propriamente del suo lavoro, una volta avviato ad esso – si suppone – dal padre, come se il suo apprendistato l’abbia fatto nella bottega di colui che poi il vangelo definisce “carpentiere”, per cui Gesù stesso era detto “figlio del carpentiere”. Qui si dovrebbe pensare che la figura di riferimento in questa casa sia stato Giuseppe, sul quale però il vangelo non dice molto e sul quale non lascia trasparire nessun episodio particolare e nessuna parola. Anzi, sembra quasi che, se già in precedenza egli non avesse compiti di rilievo, qui appariva sempre più a margine, fino a scomparire del tutto, come se al momento del distacco da casa di Gesù, Giuseppe non fosse più di questo mondo. Anche ad essere poi designato come “patrono dei morenti”, anche ad essere spesso rappresentato nel letto d’agonia circondato dai suoi cari, noi non abbiamo notizia alcuna della sua dipartita da questo mondo. Giuseppe rimane comunque legato, di fatto, a Nazareth e alla casa dove abitava con la sua famiglia. E qui deve aver trascorso alcuni anni. Solo dopo la sua scomparsa, a quanto pare, Gesù esce di casa.

Per quanto le notizie scarseggino, si potrebbe tentare di chiarire qualcosa a proposito di questo lungo periodo, sempre partendo dai testi evangelici, quelli canonici e quelli apocrifi, con quelle particolari letture che ne vengono date anche dalla devozione diffusa, che ha nelle opere artistiche una particolare forma espressiva, sia perché si rifanno ai vangeli, sia perché cercano di parlare agli occhi e al cuore della gente con una comunicazione più diretta.

Naturalmente sia della casa, sia della bottega, sia delle relazioni familiari che vi si esprimevano, noi qui dobbiamo cercare si far emergere meglio la figura di Giuseppe, che appare spesso “sacrificato”, perché l’attenzione è rivolta giustamente altrove, privilegiando Gesù e sua madre.

Per continuare a leggere, cliccare su questo link LA SANTA FAMIGLIA DÌ NAZARETH

Il Natale nel Vangelo di Giuseppe.

Non poteva mancare una riflessione di Don Ivano sul Natale e quest’anno l’ispirazione del tema è venuta proprio da Papa Francesco che ha indetto l’anno di S. Giuseppe a partire dall’8 dicembre scorso.

Cliccando sul link  IL NATALE di S. GIUSEPPE (versione verticale) potrete leggere il testo che farà da filo conduttore nella videoconferenza di lunedì 21 dicembre alle ore 15.

Verrà inviato il link ai soci UTE di Erba, ai gruppi parrocchiali di Arcellasco e a chi ne farà richiesta.

CI IMPEGNIAMO NOI …

NELLA SETTIMANA DEI CENTRI CULTURALI CATTOLICI

CI IMPEGNIAMO NOI …

CONVERSAZIONE CON DON PRIMO MAZZOLARI

RISVEGLIARE L’UMANO

“Risvegliare l’umano” è un bel modo di segnalare che qualcosa oggi appare quanto meno assopito, se non addirittura spento. Ciò che noi consideriamo “umano” è propriamente quello “spirito” che accomuna tutti gli uomini, come atteggiamento dell’animo, come mentalità, come carica o passione interiore, che segnala una coscienza e attiva una responsabilità.  Vi è in effetti un certo deficit di coscienza, se proliferano le leggi; vi è scarsa responsabilità, se ciascuno si defila dal proprio impegno e soprattutto dall’assunzione del proprio ruolo in quel genere di servizio che dobbiamo considerare non solo come un lavoro, ma come una sorta di missione. Se si risveglia, ciò significa che ad ogni tornante della storia va ripetuta questa azione, sempre necessaria, quando si assiste ad una calo di tensione positiva che fa presagire una specie di collasso.

Fare questa operazione significa riaccendere nella mente e nei cuori, nell’intelligenza e nella volontà, la passione per l’uomo, per ciò che è veramente umano, tenuto conto che è intervenuta una distorsione, quando si fa prevalere ciò che è puramente sensibile, sensoriale, sensitivo, e che è insufficiente (ma non per questo da trascurare) a rendere davvero più umano il vivere

Questa operazione, o questa missione, compete prima di tutto a quella cultura umanistica, che risulta basilare nel patrimonio culturale del nostro mondo “mediterraneo” (non solo europeo) e che va essa stessa risvegliata perché ancora produca i suoi frutti.

Per definizione, sono produttori di questa cultura umanistica i “poeti”. Il vocabolo greco, “poihsis” (=poiesis) cioè “poesia”, deriva dal verbo “poiew”(=poieo), che significa “fare a partire dal cuore”, dall’interiorità, dallo spirito umano; perciò i veri “produttori” di cultura umanistica sono loro, non solo perché essi scrivono in versi, ma perché nel loro scrivere, anche sotto il profilo contenutistico, sono come dei profeti, cioè capaci di parlare a nome di altri, a nome di tutti e in favore di tutti.

Una vera cultura è possibile proprio con questa interazione fra scrittori e lettori, tra produttori e fruitori di una parola, che è un vero processo comunicativo, mediante il quale lo spirito umano si definisce, si risveglia, si arricchisce, si produce in continuazione …

Ogni poeta, ogni profeta, ogni scrittore secondo lo spirito, contribuisce a quel percorso e cammino, che è indispensabile perché l’uomo cresca nella sua personalità, nella sua globalità, nella sua apertura a tutti e al mondo. Dovremmo lì cercare quell’umano, che poi dobbiamo risvegliare in noi.

DON PRIMO MAZZOLARI

Prendiamo l’avvio, in questo genere di ricerca, da uno scrittore, che non è annoverato fra quelli delle antologie di letteratura, perché nessuno ha mai cercato di riconoscere nei suoi testi anche una forma espressiva molto originale, che lo fa essere uno scrittore di vaglia. Non era questa comunque la sua prima attività; e neppure si era prefisso di raggiungere un simile obiettivo, anche se lo scrivere e il pubblicare libri lo qualificano come un autore, di notevole spessore e di rara efficacia, poi letto, seguito, riconosciuto per questa sua passione, che diventa anche una sua missione.

Don Primo Mazzolari si qualifica innanzitutto come prete, e così egli vuole essere riconosciuto, anche se ha trovato nello scrivere la stessa facilità comunicativa che gli sgorgava nel suo parlare e nel suo predicare.

In effetti nel suo scrivere si riconosce la qualità di un linguaggio parlato, molto tagliente, molto incisivo nel cogliere l’essenziale, nell’arrivare alla battuta che lascia il segno. E non mancano quelle immagini che appartengono spesso al linguaggio della gente comune, quando, ricorrendo a paragoni, possono dare  più efficacia al loro dire, rispetto alle parole astratte. Qualche suo lavoro, oggi pubblicato, apparteneva inizialmente alla sua predicazione, con la suggestione di chi sta colpendo l’uditorio anche mediante il tono di voce e il ricorso a vocaboli efficaci nel loro fonema.

Molto, però, di quanto abbiamo, è comunque originariamente redatto per iscritto, ed è quindi un lavoro pensato e nel contempo espresso, come se l’autore avesse davanti a sé gli ascoltatori, quelli che non sono solo sintonizzati sui concetti che lui sta elaborando, ma sono pure appartenenti alla gente comune, che don Primo conosce per la sua missione di prete e in particolare di parroco, e di curato di campagna.

Il suo parlare, anche quando è condensato in uno scritto, ha di vista il concreto, cioè vuol toccare la realtà del momento e vuol spronare chi ascolta e chi legge ad un impegno, che non sia solo l’esecuzione materiale di uno schema, ma sia soprattutto la traduzione di uno spirito acquisito e fatto proprio.

I suoi primi tentativi di opere scritte hanno pure il sapore di romanzi, legati alla sua esperienza di vita.

Ma poi prevale in lui lo stile del pamphlet, che gli permette anche battute epigrammatiche.

E così il suo scrivere si muoverà ben presto fra testi antologici e articoli di giornali o di riviste, che lo fanno muovere fra la realtà civile e quella ecclesiastica, trovando, non solo nella stagione del fascismo, levate di scudi che lo portano allo scontro e all’incomprensione. Anche da parte dell’autorità della Chiesa, soprattutto negli uffici curiali, più che non nelle considerazioni delle figure gerarchiche, non mancheranno interventi censori, condanne, e obblighi al silenzio.

Ma la “tromba padana”, come fu definito, non mancò mai di far sentire il suo suono alto e coraggioso.

Forse, non raggiungerà mai la perfezione stilistica di uno scrittore votato alla letteratura, ma il suo modo di scrivere, sia per la forma, sia per i contenuti, appare spesso accattivante e sempre stimolante, non solo per suscitare la riflessione, ma soprattutto per attivare un impegno. E questo suo impegnare va ben oltre il fuoco acceso interiormente per una causa. La causa che lo muove è soprattutto a favore di questa umanità che lui vuol servire pienamente e totalmente con il vangelo, reso sempre più vivo con la sua applicazione alle realtà contemporanee. Quello che oggi si legge nei suoi libri, per quanto sia datato e si riferisca a situazioni che qua e là si potrebbero anche ricostruire, è tuttavia di continua attualità, proprio perché il suo discorrere è quanto mai profetico, in presenza di questioni politiche, sociali e religiose che non si limitano al quadro contingente. E così anche a rileggere oggi i testi, bisogna sempre ricordare che essi sono nati da una particolare problematica e sono inseriti in un particolare momento; se in realtà si leggono senza questa avvertenza, qualcuno potrebbe pensare che il testo sia ancora molto pertinente e vada diritto a toccare nervi ancora scoperti del mondo sociale e del mondo ecclesiale.

IMPEGNO CON CRISTO

La scelta di quest’uomo e dei suoi testi, in questo nostro voler risvegliare l’umano, deriva dal fatto che ci troviamo in presenza di una forte personalità, che appartiene, certo al mondo cattolico e alla Chiesa, in particolare, per il suo versante clericale, ma senza mai smentirsi come uomo e come uomo di frontiera, sul quale ognuno potrebbe riconoscersi, anche senza aderire ad una fede o a una parte politica. Per quanto il suo discorso non possa prescindere dalla sua scelta di vita sacerdotale, ogni persona potrebbe scoprire, in certe sue battute, un richiamo a quell’ “umano” che andrebbe sempre ricercato come basilare per tutti e come essenziale al vivere di ciascuno. Proprio come cattolico, nella sua accezione più vera e più profonda, don Primo vuole essere davvero di tutti, davvero universale; e vuol parlare diritto al cuore di ciascuno, muovendolo all’impegno, che non è solo operativo, ma è anche e soprattutto suscitatore di coscienze libere e responsabili. Indubbiamente il richiamo più forte e più noto è contenuto nel suo “Impegno con Cristo” del 1943, opera redatta in piena guerra come riflessione sua sulla funzione del cristianesimo nel passaggio storico che era già in corso.

Egli “si chiedeva se il cristianesimo avesse esaurito la sua funzione storica e si affrettava a rispondere negativamente, anzi aggiungeva: “Ben lungi dall’essere esaurito, il cristianesimo è il solo rimedio ai mali del nostro secolo” . Però il cristianesimo era da riscoprire in tutta la sua vigoria … Mazzolari chiamava all’im-pegno, senza giudicare chi non si impegnava, sapendo che “il mondo si muove, se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura” … E c’è una pagina, che vale tutto il libro e che chiarisce il rapporto cristiano-Chiesa. Questa non è “uno stato maggiore che dispone piani fino all’ultimo particolare … Il credente non è la pedina di uno scacchiere, la quale venga manovrata dal di fuori … il cristiano … deve agire secondo la propria coscienza in comunione con la Chiesa … La Chiesa non ha comandato né S. Benedetto, né S. Francesco, né S. Ignazio, né S. Giovanni Bosco … Ci sono compiti che lo Spirito Santo affida a ogni cristiano”. (Dorofatti, p. 246)

Per aver a che fare con colui che si è definito “Figlio dell’uomo”, ogni uomo può impegnarsi con lui e come lui. E questo lo può fare a partire dalla propria coscienza. Allo stesso modo chi è cristiano si impegna e se lo fa con la Chiesa non esprime il suo impegno perché “precettato”, ma perché così si sente un vero uomo che vuol vivere “da Dio”.

La pagina seguente ci può far intendere che cosa significhi per lui risvegliare l’umano, passando attraverso la figura di Cristo, non solo conosciuta sui libri, ma divenuta familiare in una fede profonda. Dobbiamo considerare quella figura, anche per chi non ci crede e magari chiede a noi le ragioni del nostro credere. E noi lo conosciamo non già a partire da una specie di “santino” preconfezionato, da un trattato che vuol spiegare ogni cosa con assolute certezze, per accettare ogni cosa “a scatola chiusa” o “ad occhi sbarrati”, ma per aver intuito che lui si è impegnato con noi, si è messo al nostro passo, inserendosi nel nostro vivere con il suo vivere, sempre con molta discrezione e con molto rispetto, anche quando egli chiede totalità, perché egli dà sempre il massimo e il meglio di sé.

Si parla troppo di Cristo; e avevamo pensa­to di tenere il suo nome, adorato e bestemmia­to, dentro di noi, impegnandoci solo nel segreto. Il vero amore non si dichiara in pubblico senza tradirlo un po’. Ci sono pudori che voglia­mo rispettare in noi e negli altri. Oggi più che mai: perché oggi, come in ogni ora sconvolta, le indicazioni e gli appelli verso il Cristo si fan­no più insistenti. Di lui c’è chi dichiara l’irrimediabile tramon­to: chi ne disegna una nuova giornata senza fine: chi l‘invoca nella disperata rovina di ogni cosa e gli s’avvinghia: chi lo maledice e se ne allontana. Dove s’avviino costoro che s’allonta­nano, non lo sappiamo. Parecchi, sgomenti di un andare senza mèta e senza mandato, credo­no, voltandosi indietro, di vedere il bagliore della spada dell’arcangelo che sbarra il ritorno. E davanti non c’è che l’ombra della croce. Ci sono troppe croci sul nostro cammino per immaginare che la sua possa essere elimi­nata come un ingombro. Il dolore, è vero, è un di più, ma non siamo ancora stati capaci di farne senza. Noi raccogliamo con venerazione ogni voce che lo riguarda, ma gli parliamo con la nostra, non importa se povera, non importa se appena un sospiro, un faticoso sospiro del cuore, che appena s’avvia, e da ogni strada, verso di lui. Noi raccogliamo con scrupolo ogni parola di fede o di negazione, ma lo vogliamo sentire, da presso o da lontano, col nostro cuore, ov’egli è presente per ogni pena che ci rode, per ogni anelito di bene che ci muove, per ogni fantasia di bellezza e di bontà che ci scalda. Parecchi non vi sanno dire ancora se cre­dono in lui o se vi potranno credere domani; tutti però sappiamo ch‘egli è nel nostro cuore prima di ognuno, ch’egli è presente più di ognu­no, più a casa sua in noi di noi stessi, e che il primo e più fermo impegno nostro è per lui. Per lui, più ancora che per la sua parola: per lui, più ancora di ogni suo esempio: per lui, più di ogni cosa sua che lo riguardi sia in cielo che in terra: per lui, come lo vedono i nostri poveri occhi, anche quando non lo vedo­no: anche quando non possono vederlo come vorrebbero: anche quando si rifiutano di veder­lo come deve essere visto. Non tutti lo possono vedere nell‘ora trasfi­gurata del Tabor, né tutti arrivare «dov’egli di­mora» e stare con lui. Quando si chiama, non tutti ci sentiamo ri­spondere: quando si picchia, non a tutti la por­ta si apre: quando si cerca, non sempre si trova. Se uno ci dice: «Abbiamo trovato il Signo­re»‚ si sentirà rispondere con Natanaele: «Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?». E se quegli insiste: «Vieni e vedrai…»‚ ci met­teremo in strada, sicuri che il Signore avrà per noi la stessa accoglienza: «Ecco un vero Israe­lita in cui non c’è frode». Proprio così: gente che vuol vedere, che va per vedere, poiché la fede, se è un vedere con l’occhio che c’impresta il Signore, è anche que­sto sincero e continuato desiderio di ricerca che ci fa camminare fino alla fine, quando «può venire la notte come può venire il giorno». Se scenderà la notte, domanderemo di rima­nere come le Vergini sapienti, custodendo, nel­la vigile attesa, più che la debole fiamma della lampada, l’olio per accenderla all‘apparire dello Sposo. Se comincerà il giorno, scenderemo sulle piazze per essere impegnati, poiché «sul far del giorno il padrone esce sulla piazza per im­pegnare gli operai al lavoro nella sua vigna». E così ad ogni ora del giorno, fino all’ora nona, operai di qualsiasi ora, poiché lavora tanto chi porta il peso del sole, come chi porta il peso dell’attesa, il peso del non vedere, il peso di non essere chiamato. Molti ci domandano, prima di ogni altra co­sa: «E voi che ne pensate del Cristo? Chi dite ch’egli sia?».Una domanda più che ragionevole in un mondo dove la forma vale più del contenuto e il definirsi ha maggiore importanza dell’es­sere. Una definizione, per quanto esatta, non ha nulla di impegnativo. La perfetta risposta di Pietro sulla strada di Cesarea dì Filippo non lo salva dal rinnegare tre volte il Maestro, men­tre un generico: «Tu, Signore, sai che ti vo­glio bene» lo impegna fino alla morte e più oltre. Tutti conosciamo la risposta della fede e molti di noi possono ripeterla, per grazia, da­vanti a chiunque. Se non lo facciamo, è perché siamo persuasi che un’ostensione puramente letterale, se scom­pagnata da una testimonianza di vita, allontana invece di avvicinare il lontano: che camminan­do in silenzio accanto ai molti che cercano, cer­catori anche noi di una realtà ineffabile che non si esaurisce in una formula quantunque esatta e significativa, possiamo meglio aiutare ed es­sere aiutati. Chi dice di veder meglio non sempre è davan­ti, non sempre è il servitore più operoso, non sempre il più fedele. Siamo malati con chi è malato: forti coi forti: sapienti coi sapienti: pellegrini con chi cammina: cercatori con quelli che non hanno fede o credono di non averla.

La vera gerarchia insegnataci dal Vangelo incomincia dall’«ultimo». Una fede che pren­de il passo di chi non crede, non è qualcosa di perduto o di diminuito. Ci chiedete: «Chi è il Cristo per voi?» e vi accontentate di una risposta che può essere di sola memoria! Chiedeteci (prima o dopo non importa: ciò che è vivo non conosce cerimoniale): «Che cosa voi proponete di essere per Cristo?». E vi risponderemo: «Vogliamo essere qualcuno per lui, come egli è qualcuno per noi». Un ponte vuole due testate. Qualcuno anche di qua e che si offra: come si offre l’Offerto. Qualcuno che si perda e si ritrovi in un libero continuo donarsi, perduto e redento, «figlio dell’uomo» che si accetta com’è e che, dietro ineffabili richiami, cammina verso la manifestazione del «Figlio di Dio»‚ punto di arrivo più che linea di partenza. Come e quando si arrivi, nessuno può saper­lo e imporlo. Ci possiamo arrivare come Nico­demo o come Zaccheo, come Pietro o come Pao­lo, come il Buon ladrone o come il Centurione. Rispetto a lui niente è conclusivo, niente vano, anche il più vuoto camminare, anche il più smarrito. Egli ci attende e ci raggiunge, ci rampogna e ci consola, sta all’avanguardia e alla retro­guardia, a seconda del nostro camminare a ri­troso o in armonia con noi stessi. Prendere impegno con lui non vuoi dire: mettere il Cristo dalla nostra parte, adattarlo al nostro passo, misurarlo col nostro metro, obbligarlo alle nostre strade. Egli cammina con ognuno su tutte le nostre strade, ma non per questo sono sue le nostre strade. Egli cammina sui campi di battaglia, ma nessuno oserà dire che egli li ha voluti. Impegnandoci con lui, intendiamo prima di tutto impedirci dall’attribuirgli qualsiasi cosa nostra che lo oscuri e lo diminuisca. Ci impegnamo a seguirlo, non a farci se­guire. Se ci tien dietro, è col suo cuore di Buon Pastore che ci tien dietro: siamo degli smarri­ti ed egli, nella sua carità, viene sulle nostre tracce. Ci impegnamo a seguirlo, costi quello che co­sti, perché «gli uccelli dell’aria hanno i loro nidi, le volpi le loro tane, e il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo». Ci impegnamo a seguirlo senza guardare indietro, senza commiati, senza rimpianti, sen­za nostalgie di cose, senza chiedergli dove sia e se ci può prendere: a seguirlo sino alla fine, senza chiedergli su quale monte né su quale croce potremo dire il nostro «consummatum est»‚ senza chiedergli che ci darà per le cose che abbiamo abbandonate. Se ci prende con sé, se ci fa lavorare, se ci manda come pecore in mezzo ai lupi, col suo nome nel cuore più che sul labbro, noi saremo contenti. Una sola cosa osiamo chiedergli: che ci chia­mi «amico»‚ anche quando stiamo per tradirlo. Sotto quel nome, il nostro povero cuore tra­salirà nella certezza di essere stato portato al di là del limite umano. Conosciamo i nostri limiti: i limiti del no­stro slancio, i limiti dei nostro cuore, i limiti della nostra volontà, i limiti della nostra fe­deltà. Ci sentiamo uomini e così poveri uomini che non siamo sicuri di niente di ciò che ci ri­guarda. Ci sentiamo viandanti e vorremmo, pri­ma che cali la sera, godere il nostro breve passaggio. L’impegno ci spinge più in là: verso Qualcuno che resti anche quando noi passiamo: ver­so Qualcuno che ci prenda in mano il nostro cuore se il cuore non regge al salire. Seguendolo, non sappiamo di preciso se lo raggiungeremo, né dove lo raggiungeremo: sap­piamo solo di camminare sulle orme di colui che per avere preso impegno con la verità se­gnò di sangue il proprio sentiero. Sappiamo di non essere più soli, qualunque sia la nostra strada.

Il testo si presenta come una riflessione sulla pagina evangelica delle Beatitudini e suggerisce riflessioni e atteggiamenti che siano sempre più in linea con il Vangelo, e soprattutto espressioni “dell’umano” …

Mazzolari intende contrastare il disinteresse di molti verso la figura di Cristo, propone una originale lettura del Vangelo, in particolare delle Beatitudini, e fissa una serie di riflessioni sulla necessità di superare tutte le forme di ingiustizia e di immergersi nella tempesta del momento, visto come un tempo tipico del cristiano. Secondo Mazzolari si deve mostrare anzitutto che il cristianesimo è «vivo nell’ordine dei fatti» e occorre dunque preparare uomini nuovi, dei veri e propri santi, capaci di una santità non eterea ma fondata sulla pienezza della persona umana. Egli contesta il comodo rifugio nel devozionismo, che concilia ogni esigenza del vivere quotidiano; ribadisce che «il muoversi a proprio rischio non è disobbedienza: lo sbagliare non è atto di ribellione»; mette in guardia contro la spinta a caricare di ogni responsabilità la figura del papa; ricorda la grandezza di santi del passato che seppero prendere iniziative personali senza attendere il comando dell’autorità ecclesiastica …

TEMPO DI CREDERE

Vorrei però mettere l’accento su un testo precedente, scritto e pubblicato nel 1940, 80 anni fa, come di questi giorni, e che è indubbiamente più famoso, se non altro perché incappò nelle censure politiche del regime di allora, che nel 1941 ne proibì la pubblicazione. Si tratta di un testo dalla forte connotazione religiosa, perché don Primo voleva commentare un brano evangelico, per iniziare quel cammino di uscita della Chiesa dai propri recinti con una vera spinta missionaria, senza però la connotazione del proselitismo e della propaganda di tipo apologetico.

Don Primo non vuole mettersi in funzione della difesa della Chiesa e della conquista, da parte di essa, di spazi pubblici che sembravano sempre più limitati, non solo dal sistema politico dittatoriale, ma anche da una visione molto corta del senso del vangelo e della fede cristiana.

Lo potremmo considerare un commento evangelico ai singoli versetti del famoso episodio dei “discepoli di Emmaus”. Non è una predica. Non è neppure un commento esegetico, come potrebbe farlo un biblista, e neppure un testo propriamente spirituale come potrebbe uscire dalla bocca e dal cuore di un direttore d’anime. È piuttosto una riflessione ad ampio respiro circa la religiosità nel tempo, che è ormai segnato dalla guerra, e nell’ambito dell’Europa occidentale, ormai destinata ad un cambiamento epocale, di cui non si potevano ancora vedere gli esiti. Ripercorrendo il cammino dei due, a cui si associa il Risorto, il prete cremonese riconosce che è necessario riaccendere la speranza, dentro un mondo che crolla, a partire da una fede più genuina, quella che lui sente di avere nel Cristo, e quella che lui riconosce presente, anche solo come ricerca, nel cuore di tanti, anche quando la fede tradizionale è stata abbandonata, così come risulta abbandonata una Chiesa che smarrisce il senso vero della sua missione.

“Tempo di credere” diventa il titolo del testo, quando ormai esso è in corso d’opera, come se l’autore coltivasse un obiettivo che tuttavia gli si chiarisce “cammin facendo”.

Il nome del libro è nato da questo camminare scoperto, sotto ogni tempo, in cerca di un respiro per non soffocare, di un punto fermo per non lasciarmi portar via, di un porto per rifugiarvi, più che la mia, l’anima di coloro che il Signore mi dà … Sono anch’io un pellegrino dell’assoluto, e senza mettermi contro, cerco più in alto e più oltre gli uomini; più alto e più oltre le cose, senza rinunciare a niente; più in alto e più oltre gli avvenimenti, pur riconoscendoli buoni compagni di viaggio. Sto con tutti e non sono di nessuno. Se mi apparto non sono un cristiano; se non soffro insieme a tutti, non sono un cristiano; se non vivo la storia che passa, non sono un cristiano. Chi diserta non si salva: vince solo chi accetta di combattere a qualsiasi condizione. Non può esistere un cristiano neutrale: e volete ch’io lo sia di fronte a questo mondo in agonia, che pur negandone la possibilità, muore per la manifestazione del regno di Dio? Se cerco di giustificarmi, col vangelo, di non amare il mio tempo e di non patire per la sua salvezza, so che bestemmio il vangelo”.

(p. 16-17)

Basterebbero da sole queste poche parole introduttive del suo testo per definire il programma del testo stesso, che è poi il programma di vita di questo prete per il corso della guerra. Letto oggi, esso può diventare programmatico pure per noi in questa opera di immettere lo spirito giusto in presenza di un mondo devastato non solo da un virus, ma soprattutto da quella venefica concezione di vita che rinchiude, che mortifica, che ci fa egoisti e in tal modo ci disumanizza.

Don Prima si prefigge, sì, di rileggere l’esperienza di vita dei due di Emmaus, ma la sua lettura del vangelo non è solo l’analisi di un testo per farne una predica, proprio perché il suo pubblico non è quello di poche persone rinchiuse in una chiesa, e perché il suo dire non si rinchiude nelle poche esortazioni moralistiche di un’omelia domenicale. E si potrebbe anche dire che il pubblico, a cui si rivolge, non è solo quello a cui è abituato dalla sua missione di parroco, quelli che frequentano e che già conoscono il suo dire e già si aspettano nel corso di una cerimonia liturgica certi frasari, a volte un po’ scontati. Lui parla anche ai lontani; anzi, forse di più a loro e proprio per questo ricorre ad un lessico che è ben al di là delle parole familiari in bocca ad un prete, e soprattutto ricorrenti e un po’ scontate nella retorica di una predica. Comunque lui vuole scuotere tutti; e, per quanto ricorra ad un testo evangelico, per quanto parli da credente e da prete, don Primo raggiunge il cuore delle persone che vuol coinvolgere in un’ora, come è l’ora decisiva del Cristo nella sua passione. Ogni ora richiede la passione e, in particolare, la medesima passione del Cristo, di colui che, presentandosi come Figlio dell’uomo proprio in quell’ora, vuol far capire che ogni uomo è chiamato a vivere così, e lo è nella sua ora, quella che ogni generazione ha da vivere affrontando i mali insorgenti, i mali che soprattutto sono dentro il cuore umano.

Nessuno può rimandare a domani quando è l’ora: “e questa è l’ora”. Nessuno può tenere le mani in tasca per paura di contaminarle. Nessuno può fare l’uomo saggio, quando tutto è folle, sulle piazze e nei cuori. Ci si deve vergognare di presentarsi in borghese fra tanto grigioverde: di avere una faccia benestante fra tanta fame. Non c’è nulla di più spregevole del profittatore spirituale che, mentre il mondo si frantuma, non sa che ripetergli: “Ve l’avevo detto!”. Non ci vuol molta intelligenza per vedere ove conducono certe strade. Sarebbe stato meglio, se invece del profeta a buon mercato, avessi camminato le strade che suggerivo agli altri. Nessuno le ha viste, perché le strade vere sono gli uomini che camminano, non le frecce che le indicano.

Invece, criticando sottovoce in privato e applaudendo in pubblico senza ritegno, ho seguito chiunque. E avrei dovuto buttarmi a terra per far barricata col mio corpo davanti al precipizio. Mi è mancata perfino la forza di parlare: e tutti sappiamo che povera cosa è la parola! Non mi è rimasto che un po’ di fede, perché questo nostro tempo, dopo la grazia, mi dà mano a mantenerla. Oggi non è più questione di credere o non credere. Siam tutti uomini di fede: non incontro e non sento parlare che uomini di fede … Non c’è mai stata quaggiù tanta fede, pur tra così povere fedi”. E c’era bisogno di questa esperienza perché il cristiano potesse ritrovare anche un po’ di confidenza umana nel suo credo. Per il momento non c’è più conflitto tra uomini di ragione e uomini di fede. Siamo tutti in ginocchio. (p. 17-18)

Questo scampolo di prosa ci dà il fervore di quest’uomo e nello stesso tempo il riconoscimento della sua insufficienza, più che non quella altrui e quella diffusa, per comprendere in quale abisso si sia cascati con la drammatica situazione della guerra in corso, che in quegli stessi giorni e mesi sembrava in realtà una scelta avveduta e destinata ad un futuro glorioso. Ma così non fu – e lo sappiamo bene.

Rileggendo queste stesse parole che hanno sull’orizzonte quel tempo e quella realtà amara, noi non fatichiamo a sentire che il medesimo accorato intervento può servire anche ai nostri giorni, a delinearci il quadro nel quale ci troviamo immersi e che richiede sempre la medesima profezia, cioè la capacità di vedere sempre più in profondità, sempre oltre la superficiale considerazione del contingente. Piuttosto che profeti di sventura, quelli, che mediante quadri definiti impropriamente apocalittici (volendo considerare l’apocalisse una disastrosa rovina e un devastante sovvertimento), vogliono spaventare additando orizzonti foschi e immagini catastrofiche, sembrano godere nell’aver avuto ragione col segnalare in anteprima il male piuttosto che indicare strade diverse. È interessante che il prete cremonese non voglia affatto suggerire con le strade delle indicazioni di carattere morale, come sempre ci si aspetta in presenza di simili discorsi. Per lui la strada non è una retorica moralistica, non è una filosofia di facile presa, non è una predica roboante, in tutto simile, nel tono e fors’anche nei contenuti, a certi discorsi altisonanti da finestre e balconi di palazzi ben noti. La strada è pur sempre la persona, l’individuo che merita rispetto e considerazione: è colui ed è colei da cui possiamo derivare lo spirito umano e da cui far emergere la coscienza umana, affinché quell’umanesimo – e non la facile retorica – ci possa salvare e possa costruire un mondo ben diverso. Anche il suggerimento di non contrapporre uomini di fede (la quale è spesso divenuta forma di fanatismo, religioso e politico, allora come oggi), con gli uomini di ragione, o, come diremmo noi, di scienza, ci porta a dire, come suggerisce don Primo, di sentirci tutti, come “in ginocchio”, un po’ più umili nella nostra visione delle cose, degli eventi, delle persone, senza la pretesa di affermare con tanta sicumera o di negare con tanta improvvida insipienza.

Qui siamo solo nella introduzione al suo libro, una sorta di portale d’ingresso, che comunque, già per questo primo approccio al discorso, invoglia ad andare ben oltre. L’autore analizza il famoso episodio evangelico, che appare qui come il pretesto per offrire una lettura da credente, senza comunque limitarsi ai credenti.

La scelta dei due di Emmaus, così anonimi, nonostante si dica di uno il nome (che ha un forte valore simbolico), vuol farci capire che questa esperienza proposta dal vangelo non riguarda solo coloro che dovremmo considerare come dei privilegiati per essere stati i compagni di cammino del Maestro. Il Signore risorto va indubbiamente a cercare i suoi, quelli che poi dovranno sostenere l’impegno dell’annuncio di un simile evento, perché facciano l’esperienza della sua risurrezione, perché imparino a vedere se vogliono effettivamente far vedere a loro volta. E tuttavia Gesù va a cercare anche altri, anche quelli che non hanno rilievo “gerarchico” e che, dopo questo episodio ricadranno nel loro anonimato, lasciando solo il ricordo del nome di uno, Cleopa, colui, cioè, che non vede, che ha la vista bloccata, e che tuttavia viene ricondotto a vedere meglio, perché poi riesce a vedere oltre, sempre più in là dell’immediato.

Così si potrebbe dire che il Signore va a cercare anche quelli che dicono di non avere la fede in lui, soprattutto se questa fede appare provenire da un sistema, da un’organizzazione, da una gerarchia che ha dogmi e norme da proporre dall’alto della propria autorità. Se per don Primo la fede è indubbiamente quella cristiana, egli però vuol parlare a tutti, liberandosi e liberandoli da un sistema di fede fideistico, che già a quei tempi era pervasivo dentro la Chiesa e dentro la società, soprattutto quando questa era retta da un regime. Egli vuol proporre un altro tipo di fede, che viene a coincidere con la fede cristiana, non costruita solo su dottrine, ma divenuta soprattutto “spirito e vita” e quindi appello alla coscienza.

È tempo di fede: ma di quali strane fedi è pieno il mondo! L’uomo si è dimesso perché molti gli dicono che c’è qualcosa di più grande di lui, di più urgente del suo destino. Io vi dico che non c’è nulla di più urgente del destino di salvezza che investe ogni uomo; che c’è sempre stato qualcuno di più grande dell’uomo, e che tutti i tempi sono tempi straordinari. Non esistono tempi ordinari. Esistono invece molti uomini che non capiscono la straordinarietà di ogni ora, per il solo motivo che non è solcata da portentosi avvenimenti.

Non ci si deve mettere a ragionare perché c’è bonaccia, ma perché sotto qualunque tempo è doveroso ragionare com’è doveroso arrivare di là della ragione. Son due momenti egualmente necessari della stessa necessità di vivere da uomo, i quali si confondono e marciano insieme anche quando par che si combattano. Il guaio incomincia quando la gente, la quale non riconosce lo straordinario d’ogni epoca, incalzata da avvenimenti subitanei e sproporzionati alla propria fantasia, perde, con la ragione, la stessa dignità, e s’attacca e crede a tutto pur di campare. È proprio dell’uomo il credere: ma vi son fedi così provvisorie e paurose che non vien voglia di discuterle. Solo i credenti nel vangelo e nella chiesa meritano d’essere importunati con richieste di ogni genere, poiché questa fede impegna veramente chi crede e soltanto chi crede, mentre certe fedi temporali impegnano piuttosto chi non crede. E come sto libero di fronte alla mia fede! Se la grazia m’abbandona non ho più vincoli e posso, andandomene, sbatacchiare l’uscio di casa come il prodigo, e dir male di un credo che mi ha riabilitato, di una chiesa che mi ha custodito e fatto capace anche di rivolta. Non così i fedeli delle religioni temporali, che debbono attendere la sostituzione ufficiale degli idoli e disporsi immediatamente a quei nuovi riti, che i più audaci adotteranno, per gli altri più che per sé. Tale è il destino di queste fedi che considerano come fine l’oggetto presente e il minuto presente. Ci vuol del coraggio o della disperazione tanta per ripiegare in posizioni di fedi temporali che non ci permettono neanche d’illuderci! (p. 18-19)

Anche in questo caso dobbiamo riconoscere il valore profetico di un simile testo, non perché indovini problemi che anche noi oggi siamo chiamati ad affrontare, ma perché la lettura che egli fa del proprio tempo non si limita a denunciare manchevolezze contingenti, quanto piuttosto un malessere che dice la scarsa fiducia di chi ha e deve dare credibilità e che dice anche la debolezza raziocinante, che affiora soprattutto quando insorgono problemi che noi definiamo mai prima affrontati, perché mai prima insorti. Quando nel vangelo il Signore Gesù, secondo quanto scrivono gli autori, preannuncia catastrofi, non dice nulla di sostanzialmente profetico, perché non ci vuole molta fantasia per pensare che, come in diverse epoche e zone della terra si registrano questi eventi, ancora se ne dovranno registrare in altre epoche e in altre parti. Ciò che il vangelo suggerisce non è di avere vigilanza e quindi di guardarsi da queste cose, quanto piuttosto di guardare a se stessi, di badare al proprio modo di considerare questi problemi, che noi vorremmo ritenere straordinari e soprattutto imprevisti. Tutto questo, come dice don Primo, fa perdere con la ragione la stessa dignità e si finisce per credere a tutto, con una fede che ha il sapore amaro della creduloneria.

Per lui il fideismo di matrice religiosa può portare al fanatismo e questo – lo sappiamo bene anche dai nostri giorni – conduce ad aberrazioni inqualificabili. Non mi riferisco solo alle forme di terrorismo, ma anche a certe forme di dogmatismo, che comportano solo condanne di eresie, guerre più o meno sante, costruzioni di pensiero solo in contrapposizione, affermazioni di principio che si vorrebbero come tesi dimostrate e che spesso appaiono solo come postulati indimostrabili. Se l’affermazione e la salvaguardia della verità deve comportare l’annientamento dell’eretico, non solo nel suo pensiero, ma anche nella sua dignità  e perfino della sua fisionomia fisica di persona, allora quella verità appare più un idolo che la rivelazione di un Dio. Anche qui è necessario risvegliare l’umano, perché si rischia di conculcare la vera immagini di Dio che è l’uomo vivente, volendo salvare quel simulacro di immagine che noi vogliamo trovare in affermazioni di principio. La dottrina è sempre utile nella ricerca, ma questa ha come obiettivo la persona di Dio e la persona dell’uomo.

Ecco come lo esprime don Primo:

Nel sogno cristiano, poiché vi compiacete di dar questo nome al nostro evangelo, la gioia sovrabbonda, perché vi ha preso stanza l’Amore. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo così, se ognuno non ne avesse l’immagine nel proprio cuore: nessuno  lo accoglierebbe, se non lo sentisse suo, di un possesso che può essere perduto, non rapito: nessuno vi attaccherebbe il cuore s’egli non avesse un volto, una parola, un cuore, il Cuore dei cuori. Il nostro Dio fatto uomo è ben più grande del mio sogno: né il mio sospiro lo raggiunge, né la mia fede, benché la mia fede sia lui; lui, più reale d’ogni nostra piccola realtà, più vivo d’ogni vivente, più parlante d’ogni nostra parola, irraggiungibile, eppur vicino, di tutti e pur mio; lui, presente su ogni strada, in ogni uomo, in ogni creatura, in ogni cosa, perché io non sia più solo. Nella sua vita come nella sua morte, nulla mi lascia indifferente: nulla mi diminuisce: nessuna gioia viene offuscata, nessuna pena perduta. Coi suoi occhi posso fissare perfino il mio passato, voler bene anche al dolore, capire anche la morte. Senza di lui non capisco niente; senza il suo perdono, l’indulgenza mi fiacca; senza la sua casa l’esilio non ha fine … non so dirvi di preciso ov’egli abita e com’è la sua casa. So che ogni strada vi può condurre; che c’è posto per tutti; ch’essa è fatta dalle mie umiliazioni più che dai miei successi, dai miei patimenti più che dai miei piaceri. Non merito d’esservi ospitato e vi vengo accolto con festa; sono un diseredato dal peccato e vengo adottato dalla grazia. (p. 20-21)

Questa è solo la prefazione al libro, e quindi è l’avvio di quel lavoro di riflessione che vede al centro i due di Emmaus, immagini, costoro, di tanti anonimi pellegrini nel mondo alla ricerca di un senso al vivere. Noi spesso immaginiamo di perderlo in presenza di particolari amarezze, quando certi sogni appaiono infranti e sono solo rimandati ad un esito che sta sempre più in là, sovente ben oltre il tempo e lo spazio di una breve vita, anche quando questa potrebbe prolungarsi, secondo certi schemi nostri, un po’ riduttivi.

Che cosa ha detto questo prete di così problematico da far intervenire la censura politica e da far mettere in apprensione la censura ecclesiastica? Evidentemente qualcosa che disturba le certezze inconsistenti di un certo potere, che appare quanto mai debole nella sua ostentata severità di giudizio.

Andrebbe letto il testo nella sua integralità. Andrebbe soprattutto riletto alla luce dei problemi successivi e dei nostri tempi, dove esistono altre forme di censura più sofisticate e dove è più che mai necessario “risvegliare l’umano”, che qui si trova e che in certe strutture risulta tradito o conculcato.

Certo, la mente fervida e la penna sapientemente usata dello scrittore, che di getto pone nero su bianco, non si lasciano affatto frenare o limitare dalle inevitabili censure, dalle calunnie e dalle condanne. Più che parole di un fuoco distruttore e parole incendiarie di contrapposizione polemica che inducono alla rivoluzione, don Mazzolari denuncia, sì, il male e le insufficienze, ma sempre nell’intento di suscitare  una coscienza più viva e più accalorata, che spinga a rendere il vivere umano e cristiano molto più significativo di tanta retorica predominante o di tanta dottrina poco convinta e soprattutto poco convincente.

Queste sue parole, anche quando denunciano, riaccendono il fuoco dell’impegno, e sono quindi il vero risveglio di cui abbiamo bisogno, quel risveglio che non è solo di una parte contro altre, ma diventa coinvolgente con tutti, proprio perché questa sua azione va a toccare l’umano, lo spirito umano a partire da colui che si è sempre presentato come Figlio dell’uomo e come tale poi si è scoperto essere Figlio di Dio nella sua morte e risurrezione.

La vita non è facile per nessuno, neanche per chi s’è procacciato o è riuscito a difendere largamente il proprio benessere. Nonostante l’ostentata sicurezza di alcuni nuovi sistemi spirituali e di alcuni nuovi civili ordinamenti; nonostante il proclamato procedere verso ore di grandezza – il riferimento è al fascismo nell’ora della chiamata alle armi per la guerra (N.d.R.) – la povertà e la brevità delle nostre giornate umane è da tutti avvertita, com’è avvertita la precaria e pericolosa consistenza di tante affrettate e troppo magnificate conquiste del mondo moderno. Siamo gente in affanno più che in vero e proprio travaglio. Abbiamo fretta di cose nuove, e non sappiamo smobilitarci interamente del vecchio, che, pur parendoci superato, finisce per non essere trascurabile del tutto, dato l’estremo bisogno di appoggi. In tale non voluta ma imposta provvisorietà che si riaffaccia con insistenza contagiosa dopo ogni nuova esperienza e dopo i più clamorosi successi, trova sufficiente spiegazione il nostro poco logico, ma reale comportamento verso la religione, che se per qualcuno, più scaltro che intelligente, è una comoda opportunità, per chi ha cuore, è il documento della nostra inguaribile povertà. Infatti, fra tanto parlare di religione, il nostro vero essere religioso non è mai stato così trascurato e così poco capito. (p. 27)

Anche adesso abbiamo fretta di goderci cose nuove, di lasciarci incantare e sedurre dai ritrovati della tecnica, che indubbiamente facilitano il vivere. E nello stesso tempo troviamo molti ancora intestarditi a conservare, in nome di una tradizione male intesa, ciò che invece può essere caduco nella forma, seppur valido nella sostanza. Evidentemente – come dice don Primo – noi ci sentiamo più sicuri a conservare, soprattutto se abbiamo un’età nella quale abbiamo costruito i nostri “punti fermi”. In genere è proprio il mondo religioso con i suoi schemi “tradizionali”, che spesso diventano “tradizionalisti” che si vorrebbe conservare. Eppure anch’esso partecipa del vivere e perciò richiede una modalità espressiva che appartiene alla vitalità dello Spirito, più che non alla fissità di una legge eterna. Quando questo “nostro vero essere religioso” non è capito nella sua essenza e viene letto nelle sue apparenze ed esteriorità, si fatica a comprenderne il valore, soprattutto la sua capacità di “risvegliare l’umano”!

Qualcuno, pur non osando dichiararsi anticristiano, esagera l’apparenza depressiva di quei gruppi devozionali, i quali, benché meno numerosi d’una volta, e con assai dubbia autorità, presentano un tipo di cristianesimo, che, nella sua evidente e intollerabile deformazione, allontana e disgusta gli spiriti generosi. Si tratta di quell’errore di calcolo, assai frequente e grave, che consiste nel confondere il segno del più col segno del meno: l’errore, che crede di elevare la grazia abbassando la natura. Invece di tendere, con ogni sforzo, all’imitazione dell’inarrivabile splendore dell’Uomo-Cristo, leggiamo la sua vita e la sua parola con spirito rinunciatario; mentre, quasi a scusa, ci si chiude nel mondo interiore, giustamente preoccupati della nostra perfezione, ma dimentichi, al tempo stesso, che ogni interna elevazione, ogni conquista segnata nell’intimo, ogni profondità di grazia richiede una corrispondente affermazione di dignità e di grandezza umana.

Altrimenti verrebbe da pensare che codesto ritirarsi, invece di una difesa che prepara la conquista, documenti un animo debole e pauroso. Troppi cenacoli chiusi in queste ore che portano sul vento di tante tragedie i fermenti della vita e della morte! …

Un giovane che vive con passione l’ora meravigliosa di questo mondo traboccante d’energia, d’ardimento e d’immaginazione, non può sentirsi invogliato ad occuparsi di chiesa che non si presenta con richiami di alta tensione spirituale. Davanti alle chiese che si fanno deserte e fredde, non c’è che una risposta: una nuova fiamma nella chiesa. (p. 32-33)

“Come volete che si convertano e tornino a credere, quando vedono cos’è la nostra fedeltà? Come hanno ragione di spregiarci, quando ci vedono così deboli e tremanti! Di noi essi non conoscono che facce rivolte a terra, e ginocchia prone e schiene ricurve e tremanti” (Péguy). La cristianità dev’essere in piedi, a fronte alta e scoperta, e la luce del Risorto sarà nel suo volto e nei suoi propositi. (p. 35)

Proprio per il carattere “religioso” del testo, tutto dedicato a rileggere e ad attualizzare il brano evangelico, dovremmo dire che don Primo è più preoccupato di segnalare una debolezza del mondo cristiano e della sua espressione nella Chiesa davanti all’ora buia in cui è immersa l’umanità con il disastro delle guerra.

Le noie gli vengono dal potere politico, mentre per lui è più forte il richiamo ai cristiani e alla Chiesa nel suo insieme a risvegliare la fede, che per lui è soprattutto risvegliare – diremmo oggi – l’umano. Per lui è essenziale che si torni a vedere il Cristo come Figlio dell’uomo, che proprio per questo è il Figlio di Dio. e don Primo lamenta il fatto che non ci sia una visuale davvero più ampia e più profonda.

Non “vediamo”, perché siamo meno uomini o sotto-uomini.

A noi importa sapere il male che ci impedisce di essere uomini e di vivere il Cristo. (p. 69)

Quando ci si aprirono gli occhi, il nuovo ordine era già un fatto, e la chiesa vi aveva dato mano senza avvertirne le conseguenze negative nel campo morale e spirituale. L’individualismo era il frutto amaro di un uso sbagliato della ragione, che, distaccata da ogni altra facoltà, aveva disseccato le forze più istintive dell’uomo, minacciandone l’integrità interiore e la capacità di accordarsi con gli altri in un lavoro comune, per il bene comune. (p. 70)

Se la Chiesa, nel suo richiamare l’Uomo-Dio, e quindi la centralità del Cristo per divenire più uomini, non svolge la sua missione di “umanizzare” questo mondo in cui è immersa, viene meno al suo compito. Essa è chiamata a divenire strumento per la venuta del Regno di Dio, che è l’umanità costruita secondo lo Spirito di Dio. E per don Primo la Chiesa non è solo la gerarchia, ma è prima di tutto il laicato, che poi avrà nel Concilio la sua centralità come “Popolo di Dio”, dentro il quale – e non al di sopra di esso – ha senso la presenza della gerarchia. Ma il laicato deve “destarsi” e assumere le proprie responsabilità. L’assunzione di compiti deriva da una particolare vocazione e nel contempo da un riconoscimento di chi ha il compito nella Chiesa di coordinare, non di suscitare, i diversi carismi. Occorre però andare oltre, senza per questo andare contro le forme giuridiche e lasciarsi guidare dallo Spirito che irrompe sempre come a Pentecoste.

Così don Primo chiude la sua opera: ci dà l’immagine di un cenacolo, da cui, aprendosi le porte, chi è dentro non sta più dentro, ma esce …

Qualcuno di quei di dentro deve uscire.

Il mondo attende la nuova pentecoste, il vento impetuoso che spalanchi tutte le porte delle nostre chiese: il fuoco che consumi tutte le paure: lo Spirito che faccia ripetere sui tetti e nelle lingue d’ognuno le grandi cose di Dio.

Quel giorno avremo di nuovo una cristianità in piedi di fronte a una civiltà prona davanti a tutti gli idoli: una fede che costruirà audacemente sovra le folli distruzioni delle piccole fedi: il nostro Credo cantato su tutte le strade per confondere il canto dell’odio e segnare, per sempre, contro le stolte pretese dei figli degli uomini, il libero respiro dei figli di Dio. (p. 189-190)

Ne deriva un impegno che coinvolge tutti, perché c’è in gioco il vivere e soprattutto il senso del vivere dell’uomo, non solo una mera sopravvivenza, non tanto una conduzione stanca e stancante del tempo, che in tal modo scorre consumandosi e usurandoci. L’impegno è di fatto una passione, quella di Cristo, che ha il duplice risvolto dell’entusiasmo, mai comunque del tutto dissociato dalla fatica del procedere, e della sofferenza, che non mortifica mai la serenità interiore, con cui si potrà pur sempre dire che … la vita è davvero meravigliosa, nella misura in cui è … veramente umana.

IL NOSTRO IMPEGNO

L’impegno, che don Primo vive e lascia come testimonianza ed eredità, è poi così delineato.

Ci impegnamo noi e non gli altri, unicamen­te noi e non gli altri,

né chi sta in alto né chi sta in basso, né chi crede né chi non crede.

Ci impegnamo senza pretendere che altri s‘impegni con noi o per suo conto,

come noi o in altro modo.

Ci impegnamo senza giudicare chi non s’im­pegna, senza accusare chi non s’impegna,

senza condannare chi non s’impegna, senza cercare perché non s’impegna,

senza disimpegnarci per­ché altri non s‘impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno,

devoti come siamo e come intendiamo rimanere al libero movimento di ogni spirito.

Noi non possiamo nulla su questa realtà che è il nostro mondo di fuori,

poveri come siamo e come intendiamo rimanere.

Se qualche cosa sentiamo di potere — e lo vogliamo fermamente — è su di noi, soltanto su di noi.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo,

si fa nuovo se qual­cuno si fa nuova creatura,

imbarbarisce se sca­teniamo la belva che è in ognuno di noi.

L‘«ordine nuovo» incomincia se qualcuno si sforza di divenire un «uomo nuovo».

La primavera incomincia con il primo fiore,

il giorno con il primo barlume, la notte con la prima stella,

il torrente con la prima goccia, il fuoco con la prima scintilla,

l‘amore con il pri­mo sogno.

Ci impegnamo perché non potremmo non impegnarci.

C’è qualcuno o qualche cosa in noi

— un istinto, una ragione, una vocazione, una gra­zia — più forte di noi stessi.

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami che non si sa di preciso donde ven­gano,

ma che costituiscono la più sicura certez­za, l‘unica certezza nel disorientamento gene­rale.

Lo spirito può aprirsi un varco,

attraverso le resistenze del nostro egoismo, anche in que­sta maniera,

disponendoci a quelle nuove continuate obbedienze

che possono venire coman­date in ognuno dalla coscienza, dalla ragione, dalla fede.

Ci impegnamo per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita,

una ragione che non sia una delle tante che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore,

un utile che non sia una delle solite trappole generosamente of­ferte ai giovani dalla gente pratica.

Si vive una sola volta e non vogliamo essere giocati in nome di nessun piccolo interesse.

Non c‘importa della carriera, né del denaro, né delle donne, specie se soltanto femmine;

non c‘importa la nostra fortuna né quella delle no­stre idee;

non c‘interessa di passare alla storia

(abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il fred­do della carta e dei marmi);

non c’interessa di apparire eroi o traditori davanti agli uomini, ma solo la fedeltà a noi stessi.

C’interessa di perderci per Qualcuno

che ri­mane anche dopo che noi siamo passati e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

C’interessa di portare un destino eterno nel tempo,

di sentirci responsabili di tutto e di tutti,

di avviarci, sia pure attraverso lunghi er­ramenti, verso l’Amore,

che diffonde un sorri­so di poesia su ogni creatura

e che ci fa pensosi davanti a una culla e in attesa davanti a una bara.

Ci impegnamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo.

Per amare anche quello che non possiamo accettare,

anche quello che non è amabile,

an­che quello che pare rifiutarsi all‘amore

perché dietro ogni volto e sotto ogni cuore

c’è, insieme a una grande sete d‘amore, il volto e il cuore dell’Amore.

Ci impegnamo perché noi crediamo nell’Amore,

la sola certezza che non teme confron­ti,

la sola che basta per impegnarci perduta­mente.

Colombo don Ivano – Erba – 25 novembre 2020

Leggi tutto “CI IMPEGNIAMO NOI …”

Ci impegniamo …. insieme.

Raccogliendo l’invito dell’ Arcivescovo, rivolto a tutta la  Diocesi, per la realizzazione di una “Settimana dei Centri Culturali Cattolici”,  Don Ivano si è reso disponibile a tenere nel giorno di mercoledì 25 novembre, alle ore 15 e poi alle 21, un webinar (videoconferenza), che si inserisce nel tema proposto dai promotori dell’iniziativa :”INSIEME PER RISVEGLIARE L’UMANO”. L’argomento di cui parlerà Don Ivano è il seguente: CI IMPEGNIAMO : conversazione intorno a don Primo Mazzolari”.

L’evento è stato organizzato insieme dall’UTE di Erba A.P.S. e dal gruppo culturale  “G. Lazzati” della parrocchia di Arcellasco.

Qual è il fine di questa manifestazione  corale , in piena pandemia?  La spiegazione è in questo video:

 

LA DOLCE MAMMA CON IL SUO TENERO BIMBO: LE MADONNE DI RAFFAELLO

La nostra immagine di Maria, quella che abbiamo cara perché ci è stata lasciata in consegna da chi ci ha preceduto qui, ci rivela una bella fisionomia di donna, che vuol mostrare e mettere in mano a noi il suo capolavoro. È una giovane mamma che non tiene per sé il suo bimbo, ma lo vuol proporre all’abbraccio nostro, cosicché, prendendolo nella sua tenerezza, abbiamo in mano anche noi colui che il Padre ha mandato come immagine del suo amore e che la Madre ci affida come frutto del suo grembo. Spesso Maria è ritratta nella sua fisionomia femminile piena di grazia, e quindi di una affascinante bellezza, ma anche di quella riservatezza che la fa essere tutta rivolta a Dio: noi abbiamo così l’Immacolata, quando dobbiamo considerare che, ricolma della grazia divina, in lei non appare ombra di peccato; ma abbiamo anche la Donna gloriosa, che salendo a Dio e lasciandosi assorbire dal mondo celeste, risulta sempre più nella luce dell’empireo. Poi si aggiungono altre immagini che colgono un aspetto della sua presenza e della sua azione in favore del popolo cristiano. Fra tutte sono più frequenti le immagini che la mostrano con Gesù an-cora Bambino, fornendo così ciò che maggiormente la qualifica e cioè la sua maternità, quella che noi riconosciamo in modo particolare quando il bambino ha bisogno dell’assistenza della mamma; essa, in genere, tiene in braccio o tiene per mano il suo piccolo, o lo sorveglia con lo sguardo attento e premuroso. Come ogni donna che vive la maternità, anche lei rimane per sempre la madre di Cristo e, per la nostra conformazione a Lui, è pure madre nostra. E così la si può vedere anche in altri momenti della vita di Gesù, come la vediamo spesso affacciarsi a questo mondo, che ella visita spesso con le sue apparizioni. Ma come in queste noi possiamo riconoscerla nel suo privilegiare i piccoli, che sceglie come i suoi interlocutori, non unici, ma certamente più frequenti, così noi la immaginiamo “mamma di Gesù”, soprattutto quando ce l’ha vicino a sé nei momenti della sua infanzia, anche senza pensarla nei giorni iniziali della sua esistenza terrena dentro il rifugio di fortuna trovato a Betlemme. (Per continuare a leggere cliccare QUIMADONNA DEL PARCO 2020 (versione verticale)

RIFLESSIONE A PARTIRE DA UN ARTICOLO DE “LA CIVILTA’ CATTOLICA” (n. 4075)

RIFLESSIONE

A PARTIRE DA UN ARTICOLO DE “LA CIVILTA’ CATTOLICA” (n. 4075)

PER RIPARTIRE DOPO L’EMERGENZA COVID-19

di GAEL GIRAUD S.J.

Ho letto un articolo, per tanti versi sconcertante con le sue valutazioni molto nette, ma comunque utile a farci riflettere ben oltre i dati, gli aggiornamenti, le tante curiosità, come pure le tante distorsioni a proposito di questa pandemia che ci disorienta.  Questo articolo, pubblicato su “La Civiltà Cattolica” nel numero 4075 del 4/18 aprile 2020 (p. 7-19), può sembrare alla prima lettura molto negativo e in alcuni tratti disfattista.

Chi scrive sostiene che, per far fronte al quadro drammatico mai sperimentato finora, è necessario adottare misure mai assunte e mai gestite prima d’ora, e il mondo non è più e non sarà più come prima, come se noi dovessimo andare incontro ad una specie di palingenesi, parola con la quale si intende dire che è necessario rigenerarci da capo, rinascere un’altra volta.

Del resto dice pure così il messaggio evangelico del discorso sostenuto da Gesù con Nicodemo, con cui l’evangelista vuol far intendere che, mediante il battesimo, il vivere deve cambiare, e quindi deve diventare più umano, un vivere da Figlio dell’Uomo, che è poi la stessa cosa del vivere da Figlio di Dio. Ovviamente la rinascita di cui si parla nel vangelo è quella dello Spirito, che non è affatto una questione religiosa, come spesso si tende a dire, perché lo Spirito è necessario proprio in momenti come questi nei quali è necessaria una scelta decisiva, una scelta di autentica rinascita e non semplicemente di recupero di quanto ci siamo lasciati alle spalle. Leggi tutto “RIFLESSIONE A PARTIRE DA UN ARTICOLO DE “LA CIVILTA’ CATTOLICA” (n. 4075)”